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Già da qualche giorno circola nel paese una nuova proposta progettuale che , questa volta, non riguarda la costruzione di nuove case, ripristino vie del paese, restauri di monumenti , riqualificazioni ambientali , parchi e tant’altro per i quali progettisti, studi di settore, professionisti , artisti e imprese propongono alle Amministrazioni Pubbliche il meglio delle loro idee e delle loro esperienze.
E’, questa idea progettuale, rivolta direttamente ai Bovinesi in modo semplice, per rompere una stagnazione sociale che avviluppa il nostro paese in cui esistono ancora quelle barricate tra bianchi-rossi-e neri, tra il dritto ed il fesso, tra ricchi e poveri , tra il benestante ed il meno abbiente….
E’ triste constatare che questa proposta , dopo oltre una quindicina di giorni dal suo invio ad Associazioni, professionisti, lavoratori, disoccupati etc., non abbia suscitato alcuna reazione e questo lascia un po’ di amarezza in chi ha lavorato su questa idea sapendo bene che questo atteggiamento era previsto e che proprio per questo bisogna insistere e non arrendersi….
L’ autore del progetto è Michele Dota a cui vanno i nostri più sinceri ringraziamenti per quanto, da tempo, ci arricchisce con le sue “ Grandi speranze!”.
Qui di seguito pubblichiamo la sintesi del “Laboratorio di Comunità (e delle idee) con e per Bovino” ed alla fine troverete il link per leggere e scaricare il progetto completo.
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Per scaricare: SINTESI ............... PROGETTO Laboratorio di Comunità (e delle idee) con e per Bovino
Un bel regalo di Pasqua da parte di Michele Dota: un libro che pochi conoscono e che Michele ci ha inviato con questa lettera:

"Chi dite che io sia?" E' questa la domanda con cui si apre il prologo de "I dialoghi di Giuda Iscariota". Trasposizione teatrale del libro "Chi di noi? Arringa in difesa di Giuda", vengono pubblicati nel 1984. Uno dei libri più rari di Gabriele Consiglio, perché venne stampato in tiratura limitata, essendo il testo finalizzato sostanzialmente alla rappresentazione teatrale.
Per questa Pasqua 2022 ne faccio omaggio inviandovi la riedizione digitale curata da Geppe Inserra e pubblicata sul suo blog di Lettere Meridiane nell'Aprile 2015.
Chi dite che io sia? Una domanda che anche noi dovremmo umilmente porre agli altri per recuperare le diverse tessere della nostra identità.
Infatti chi di noi non ha mai fatto cose indegne delle quali poi si è subito vergognato? Chi di noi non ha mai fatto del male a qualcuno? Chi di noi non ha mai tradito qualcuno?
Buona Pasqua
Michele Dota
Tornano le video-interviste dal bosco realizzate per La Provincia da Lucia Valcepina. Oggi Lucia dialoga con Francesco Colangelo, il regista di “Temper tantrum”, uno dei quattro episodi che compongono la pellicola di produzione internazionale “Selfie mania”, dedicata all’ossessione per la propria immagine. Nel suo episodio, Colangelo mette in scena la rivalità feroce tra due donne giunte al vertice della loro attività. Nel cast, Caterina Murino, Ieva Andrejevaite e Alex Sparrow

Voglio essere sincero, volevo far propria una frase di Gesualdo Bufalino a proposito della pubblicazione del suo primo romanzo"ho sempre aspirato a essere pubblicato postumo" ma...
ecco riprendo da quel "ma"....Qualcuno ha insistito più del dovuto e un pò di vanità mi ha dato la spinta per "partorirlo".
così il 11/05/2020 è uscito LA CANDELA SPEZZATA.
pubblico alcuni brevi estratti per stuzzicare la vostra curiosità:
Le ruote della macchina a noleggio mordevano l'orlo della strada, brucando la cunetta e inghiottendo cartelli stradali e pali della linea elettrica che apparivano e sparivano come non esistessero davvero, sollevando una nuvola di polvere giallastra che inseguiva come un'ombra saponosa il veicolo senza mai agguantarlo.
L'alito rovente del favonio cacciava morsi infuocati tra pelle e vestiti, scompigliava le ginestre fino a spolparle dei fiori e la buccia della terra sembrava cotta al forno mentre l’auto correva come per il repentino puntiglio di un conducente in ritardo.
Come le gobbe di un mostro sonnolento le due campate del ponte permettevano di guadare il Cervaro lasciandosi l’arso Tavoliere alle spalle; il paese era in cima ad una serpentina di curve che si avvitavano fino a solleticare le natiche del cielo, che nella fretta di purgarsi lo aveva scolicato tra ulivi contorti e spinosi macchioni di prugnolo selvatico, un nido di pietra dal riverbero di conchiglia, in bilico sulla falesia con la stessa arroganza di un funambolo bendato che confida troppo nella sua arte.
La marmitta urlava il dolore del metallo imbrigliato vomitando fiati di olio bruciato, l'ansito del motore che si conquistava la salita, faceva da sottofondo all'anfanare dei polmoni dell'autista che accompagnava ogni curva con uno sfiato rugginoso dal sentore di lavandino ingorgato e ad ogni cambio di marcia si strimpellava la rastrelliera di rughe che aveva sulla fronte e dopo aver aspirato avidamente il filo azzurrino della Nazionale, lo sgomitolava dai polmoni svaporando trucioli di fumo lattiginoso che venivano risucchiati dal finestrino aperto.
Ad ogni edicola o lapide che incrociava, lì piantate come monito del periglioso tracciato di tornanti ingannevoli, l’autista si portava la mano aperta ad un’invisibile visiera, un marziale saluto come richiesta di protezione per il proseguo del viaggio.
Dopo aver con una sterzata d’istinto degna di Ascari, scorticato più di una delle sette vite ad un gatto che gli aveva attraversato la strada e rasata la coda di un mulo che se ne stava improvvidamente a masticare l’aria in una curva ed evitato il rosario di maledizioni e accidenti generosamente dedicatagli dal suo condottiero, una brusca frenata sull'anziano selciato mise fine al gemere delle giunture dell'auto che da un pezzo aveva perso l'impeto della gioventù, mentre un senso di nausea iniziava a vellicare la gola di Margherita.
Il giorno aveva oramai agguantato l'ombra e l'aveva nascosta come un tesoro prezioso tra le vertebre di pietra che si facevano avaramente spazio tra le case, mentre le pietre fluviali dell’acciottolato riverberavano il sole inclemente che ulcerava i lombi della collina, la furia ossessiva delle cicale rendeva il silenzio assordante, l'unico segno di vita era un'intera colonia di cornacchie, che nascoste tra le fronde dei lecci del corso, gracchiavano come indemoniate e cagavano sui marciapiedi un liquore grigiastro; animali concupiscenti si erano riprodotti con fanatico ardore e avevano ormai acquisito tutta la proprietà del corso, dispensandolo di un afrore di marcio come quello di un pollaio, obbligando la gente a tenersi a opportuna distanza.
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da pag 5
L'incoscienza dell’età li portava a carambolare nell'amore ogni giorno, con tutte le turgescenze all’erta e pronte per essere destate dalle reciproche carezze, i lombi a danzare mollemente mostrando una primizia odorosa di ginestra bagnata che portava Antonio a estremi di febbre neroniana esasperandone le reni, finché il suo desiderio troppo a lungo sollecitato esplodeva inondandola di acque felici in cui lei nuotava appagata.
Il suo corpo nascondeva cedevoli insenature in cui lui si insinuava affidandosi al sonno, lasciando in vista il suo sesso brunito e flaccido come un budello di maiale, ma vai oggi e vai domani, l'incoscienza bussò portandogli il conto, salato come le lacrime che gli ararono l'incarnato di zucchero caramellato quando capì di essere incinta, terrorizzata dalla reazione che lui, saputa la notizia, avrebbe avuto dato che molti uomini rifuggivano questi problemi con la stessa velocità con cui li creavano.
-Cazzo, fu la prima parola che pronunciò Antonio quando glielo disse, spalancando gli occhi come davanti ad un pericolo ma durò solo un istante, il tempo necessario perché realizzasse l’idea di diventare padre e la sua anima delicata di dispiegarsi, poi felicemente incosciente spalancò le sue labbra polpose mostrando il suo trenino di denti perlacei:
da pag 7/8

Il vescovo, normalmente rotondo e roseo come un suino in gonnella, attirò a sé la vestaglia e iniziò a camminare impaziente per la stanza, perché cerziorato della sciagura, aveva deciso di uscire dalla sua residenza per visionare gli eventi con i suoi occhi chiari, nonostante non si sentisse in piena forma dopo una notte in cui non era riuscito a trattenere il sonno tra le palpebre, perché le sue frattaglie marce non gli avevano dato requie, riempendogli lo stomaco di acido che gli risaliva in gola allappandogli la bocca con un sapore di bronzo ossidato e costringendolo a scolare l'intestino con repentine scariche che lasciavano lui esausto e la stanza ammorbata da odori volgari che neanche l'incenso che si disanellava in cerchi di fumo schiumante dalle viscere del turibolo riusciva a dissipare, dando la sensazione che qualcuno in quella stanza si stesse decomponendo.
Sentì un’angustia alla somma del petto e per la prima volta il peso del cuore, ed ebbe la sensazione che potesse rotolargli fuori dalla vestaglia, come una moneta, guardò quegli occhi cerati dall'insonnia nello specchio incancrenito dall'umidità e si vide con la pelle di semola, vizza come una mela vecchia, avvolto nel fiato greve dei suoi odori senili sentendosi più vicino a Cristo di quanto lo fosse mai stato; la testa quasi interamente emancipata dai capelli, che fragili e non più trattenuti si disperdevano sul cuscino e anche l'unico tocco di colore in mezzo alle gambe s'era andato man mano sbiadendo.
Sentiva che il suo corpo aveva smesso di resistere e che anche l'unica dote giovanile rimastagli, cioè la capacità di dormire fino a tardi, negli ultimi tempi fosse anch'essa svanita e quel pensiero ulcerante lo colmò di paturnie, avviandosi con lena affannosa in una stanzetta comunicante che era l’ara sacrificale in cui lui ogni mattina officiava la purificazione del corpo e svogliatamente si strofinò foglie di salvia e grani di sale sui denti per nettarli dal muschio notturno e renderli brillanti.
Niente è più pericoloso che innamorarsi dei propri guai pensò e come iniettato di un nuovo vigore, fregandosene della caustica corruzione della materia, il suo spirito ancora pulsante gli fece fare uno scatto ferino rimirandosi nello specchio e al suo riflesso lavò la faccia con uno sputo, poi prese l'orinale in cui la notte aveva alleviato i visceri e lo svuotò nello scarico seguito da un secchio d'acqua, il buco deglutì il malloppo ruttando, portando con sé anche i cattivi pensieri.
L’eminentissimo si accasciò sulla poltrona, che lo ingoiò con un setoso sbadiglio, pronto ad accogliere il segretario, secco e talmente striminzito che non riempiva nemmeno il vestito che indossava, smanceroso come un gatto, che lo informò che non si era riusciti a trovare l'arciprete di San Pietro, che il priore del Rosario ormai in là con l'età, era allettato e che il decano della Cattedrale era impossibilitato perché occupato in altro gravoso ufficio di cui non era dato sapere.
Lo sguardo che tradiva la sua bocca, lo scorticò come con una pietra:
-Dalle persone possiamo esigere solo ciò che possono dare, rispose il vescovo congedandolo.
Il segretario orgogliosamente compiaciuto dall'affermazione del suo Pastore fissava lo sguardo sull'enorme anello d'oro che gettava lampi sanguigni e si disse:
-Non è facile esprimere prontamente con giuste e soavi parole la propria contrarietà, non si diventa vescovi a caso e io sono proprio fortunato a servire questo grand’uomo.
L’eminenza mise al sicuro l'adipe ingrossato dai suoi sessant'anni, dopo una certa lotta con i bottoni, dentro il lungo abito talare, infilò le scarpe che miagolavano sul pavimento tirato a lucido, si calcò sul cranio lo zuccotto paonazzo e si apprestò ad uscire seguito dal Capitolo della Cattedrale quasi al completo, riottoso a mettersi in cammino col sole già caldo che si affilava le unghie sui tetti con raggi accecanti che costringevano ad abbassare lo sguardo, brucando tra quella ruggine che inzaccherava le vesti, ma costretto suo malgrado a scortare il vescovo che si apriva la via col pastorale fendendo l'aria come con una falce, tenendo lontano con quello sciabolio quanti provavano ad avvicinarlo.
Una donnina curvata in due dalla fatica e dall'artrosi che gli si era distillata nella lisca dorsale, sorpresa alla vista di quella che pensò essere una processione, si inginocchiò portandosi una mano al cuore e segnandosi con l'altro arto rattrappito, mostrando delle gengive color cocomero trafitte dalle radici dei due canini.
Il vescovo alla vista di cotanta venerazione per la sua persona, soddisfatto dall'aura del suo potere, decise di elargirle la sua taumaturgica benedizione affettando l'aria con un'impalpabile croce, per poi continuare il suo tragitto tra l'avara ombra delle case che l'avrebbe portato dinanzi al piccolo portale della chiesa, che si apriva nero come il buco in una gengiva su un'unica navata.
Respirava a fatica, con uno scricchiolio vetroso a ogni boccata d'aria, debilitato dalla brutta notte in cui il sonno non aveva avuto compassione per il corpo e dalla scarsa abitudine dei suoi muscoli alla fatica del camminare.
Arrivato dinanzi alla chiesa illuminata da una lista di sole che ne attenuava l'offesa subita, fessurò gli occhi arricciando la griglia della fronte, facendo spaziare la vista all'interno, dai banchi impallinati dai calcinacci e dalla polvere, alle capriate pericolosamente in bilico ghermite da un intero collegio di gazze che strillavano come indemoniate, dando al vescovo la certezza che lì si fosse abbattuta la mano di un Dio irato.
Si portò le mani al pesante crocifisso d'oro che gli pendolava al collo nascondendolo nell'incavo e non permettendo alla paura di fargli tremare la voce sentenziò: Genesi 19,
per tutti quelli che vogliono qui sotto il link per l'acquisto e mi raccomando voglio i commenti.
LA CANDELA SPEZZATA AMAZON.IT LA CANDELA SPEZZATA:
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In queste pagine pubblichiamo alcune composizioni di Michele Dota che descrive a suo modo alcuni personaggi bovinesi e lo fa non in lingua italiana, né in dialetto bovinese ... lo fa quasi come in quella lingua "giargianèise" che definivamo in tempi lontani quando qualcuno parlava in un modo che non era facile da capire. Michele Dota scrive e recita queste composizioni nella lingua inventata da Fosco Maraini , la MetaSemantica, che molto piaceva a Gigi Proietti che in tanti teatri e televisioni ha spesso recitato, ha fatto divertire pur senza far capir niente alle persone che ascoltavano attentamente con la speranza di poter, alla fine, intuire almeno il senso di tante parole che con le mani, gli atteggiamenti, le contorsioni labiali, il sorriso e le smorfie, Gigi trasmetteva al pubblico incantato il quale, alla fine, pur non avendo appreso nulla di ciò che Gigi aveva recitato, esplodeva con applausi infiniti.
La MetaSemantica di Michele Dota è un po’ diversa perché è di casa nostra, più facile da capire in quanto descrive personaggi molto noti che incontriamo nella vita quotidiana e che hanno svolto dei ruoli importanti nella storia del nostro borgo….
Avvertiamo un pizzico d’ invidia per questi personaggi descritti da Michele Dota perché col loro fare hanno suscitato ispirazioni poetiche di questo tipo e chissà se l’ autore che ce ne ha concesso la pubblicazione ci farà dono anche della traduzione:
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(Per vedere il video di questa composizione basta cliccare sulla pagina)






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#IORESTOACASA E GUARDO IL CINEMA INDIPENDENTE....
Chi può dare un consiglio migliore in questi momenti difficili per tutti , “inserrati” nelle proprie case, se non il saggio Inserra che ci propone questo bell’ articolo su un artista bovinese che di valori davvero ne ha tanti perché nato e cresciuto con alti Valori (con la V maiuscola!):

Francesco Colangelo, quando il cinema indipendente vuol dire qualità
Francesco Colangelo è stato uno dei compagni di strada più assidui del Festival del Cinema Indipendente di Foggia, fin dalle sue primissime edizioni, quando presentammo RadioWest, di cui era sceneggiatore. E poi la docufiction sui Monti Dauni, Un viaggio tra le parole di mio padre, prodotta dal Gal Meridaunia, importante perché rappresenta il primo, riuscito tentativo, di fare marketing territoriale attraverso il cinema, senza effetti speciali, affidandosi soltanto alla bellezza dei luoghi e della memoria. E alla solida capacità narrativa di Colangelo.
Assieme a Francesco, e assieme all’indimenticabile Alessandro Valori che ha condiviso un lungo tratto del suo percorso artistico e culturale, abbiamo vissuto decine di momenti, di idee, di sogni, realizzandone qualcuno, come il tentativo di costruire una rete tra i festival Dauni che si occupavano della settima arte.
Oltre che un valido cineasta, Colangelo è un intellettuale, un intellettuale organico di quelli che sarebbero piaciuti ad Antonio Gramsci. Originario di Bovino, rinverdì in un certo senso le sue radici proprio grazie al documentario di cui vi ho detto, svolgendo un’intesa opera di promozione culturale, culminata in quella fantastica iniziativa che è stata il Bovino Short Film Festival.
Francesco incarna quell’anima nobile del cinema indipendente che pensa che il cinema non sia soltanto intrattenimento ma anche (soprattutto) cultura, e che la cultura sia un indispensabile motore di sviluppo per le aree più arretrate del Paese, come i Monti Dauni, sud del sud.
Il film di Francesco che amo di più è forse anche quello che esprime meglio questa sua dimensione è la “La decima onda”, cortometraggio interpretato da uno straordinario Giorgio Colangeli, che vi indossa i panni di un pescatore garganico che, rientrato da una giornata di pesca, trova sulla spiaggia di Vieste il corpo senza vita di uno straniero.
L’uomo e i suoi compagni di barca sono combattuti tra la la paura di passare guai con l’autorità costituita e il desiderio di assicurare una degna sepoltura allo sconosciuto, secondo le regole non codificate della ospitalità perché una volta, “quando uno straniero arrivava, gli si offriva del cibo, un letto e ci si sedeva insieme, intorno al fuoco, ad ascoltare i suoi racconti dall’altra parte del mare”.
Il vero protagonista del film è il mare, con i suoi silenzi, la sua malinconia, le sue onde che contano distanze. La distanza tra la spiaggia dove avrebbe potuto trovare sepoltura lo sfortunato straniero e il mare aperto scandito dalla decima onda, dove il suo cadavere verrà consegnato all’acqua, è la distanza che ormai separa il nostro tempo volgare da quello arcaico del mondo classico, e dai suoi miti ancestrali.
I topoi deI mondo classico vengono richiamati dal pathos che aleggia costantemente sul racconto, quasi da tragedia greca: gli sguardi delle donne che attendono il ritorno dei loro uomini, i silenzi che incombono tra i componenti dell’equipaggio, il conteggio delle onde superate dal natante nel suo navigare verso il mare aperto. Ed un espresso richiamo al mito è il gesto pietoso del figlio di Giorgio, il ragazzo che per primo aveva ritrovato il corpo dello straniero, che colloca due monete nel sepolcro che avrebbe potuto ospitarne le sue spoglie mortali, come usavano gli antichi a mo’ di pedaggio per il trasporto del trapassato verso l’al di là.
Quello che impressiona e che amo del cinema di Francesco Colangelo è la sua rara capacità di tenere in perfetto equilibrio regia e sceneggiatura, testo, dialoghi ed immagini, silenzi e parole.
Sono particolarmente affezionato al film perché, a suo modo, “La decima onda” costituisce anche una bella sfida vinta dal movimento culturale che si era sviluppato attorno al Festival del Cinema Indipendente di Foggia. Giorgio Colangeli, che per la sua magistrale interpretazione ha conquistato il Nastro d’Argento, è affiancato nel cast artistico dall’attore foggiano Michele De Virgilio, che conferma la sua bravura, e da una splendida Maddalena Zoppoli, che ha svolto un ruolo costante e importante nel comitato organizzatore della rassegna foggiana, animando tantissime serate, la Blue Film, casa produttrice, è stata una presenza fissa o quasi della rassegna, Mario De Vivo, componente della direzione artistica ha svolto il ruolo di delegato della produzione. È stata una produzione low budget che più low non si potrebbe, ma una ulteriore, decisiva dimostrazione che anche in Capitanata si può fare cinema di qualità.
Qui sotto trovate i link ai due film e il riepilogo delle puntate fino ad oggi pubblicatede #iorestoacasa e guardo il cinema indipendente. Guardateli entrambi, e se avete perso qualche puntata, approfittate. Speriamo che la forzata permanenza in casa cui ci costringe l’epidemia del coronavirus ci faccia conoscere meglio ed apprezzare di più quella grande risorsa che è il cinema indipendente italiano.
IL CINEMA DI FRANCESCO COLANGELO
Monti Dauni Un viaggio fra le parole di mio padre
#IORESTOACASA E GUARDO IL CINEMA INDIPENDENTE
I PUNTATA | Lorenzo Sepalone, il cinema in punta dei piedi
II PUNTATA | La forza delle donne contro la violenza che vela le ali (NADIA KIBOUT)
III PUNTATA |Alessandro Grande, cinema indipendente da Oscar
Riportiamo dalla pagina Facebook di Lea Durante:
A distanza di pochi giorni “Bonculture”, il giornale online di approfondimento culturale, agrifood e stili di vita, pubblica due articoli che inorgogliscono i cittadini Bovinesi :

- Il primo articolo, scritto da Lea Durante è stato pubblicato sul quotidiano della Gazzetta del Mezzogiorno e da bonculture il 6 Luglio sulla breve vita di un’ altra nobile figura Bovinese, Liliana Rossi;
- Il secondo articolo pubblicato da bonculture il 12 Luglio, lo riportiamo integralmente con un immenso “…grazie, Lea !!..per tutto ciò che fai .”:
Lea Durante alla direzione del Centro interuniversitario di ricerca per gli studi gramsciani
12 Luglio 2019
Il Centro è costituito dalle università di Urbino, Trieste, Cagliari, Cosenza e Bari, che è la capofila e la sede centrale. Parte integrante del Centro è la International Gramsci society Italia, di cui la professoressa Durante è vicepresidente. Sono circa trenta gli studiosi e le studiose di diverse aree che vi aderiscono: si va dall’antropologia alla storia, dalla pedagogia alla filosofia, dagli studi letterari antichi e moderni alla sociologia, fino al pensiero politico e giuridico, all’anglistica, all’arabistica. E ancora altro arriverà, le iscrizioni sono aperte. Rappresentanti per le altre sedi sono Fabio Frosini (Urbino), Sergia Adamo (Trieste), Patrizia Manduchi (Cagliari), Fortunato Cacciatore (Cosenza), Guido Liguori (IGS Italia).
“Intorno a Gramsci si coagula una riflessione articolata”- ha dichiarato la neo direttrice- “una critica agli specialismi troppo separati. Nello statuto del Centro c’è spazio per un lavoro su molti piani diversi, che possono interessare saperi differenti e metterli in dialogo”. “Questo Centro è stato capace di funzionare anche senza il suo organigramma”- ha aggiunto Durante- “realizzando iniziative importanti, grazie alla passione e alla buona volontà di tanti e tante. Adesso è necessaria una fase di maggiore strutturazione, è su questo che voglio impegnarmi, nella massima collegialità possibile. Gramsci è un autore imprescindibile per comprendere il tempo presente, essere attivi sul fronte della sua conoscenza e della conoscenza dei temi che ruotano intorno alla sua figura dentro l’università è un compito utile e necessario.
Fra i partner scientifici del Centro, qui a Bari, è ovviamente la Fondazione Gramsci di Puglia, ma l’intenzione di allargare le relazioni ad altri soggetti è altissima. Il punto di partenza è e resta l’Università, ma subito dopo c’è la scuola, con la quale, del resto, molte iniziative sono già in campo. “Sono sicura che il Rettore Bronzini sarà vicino al Centro e ne sosterrà le attività. I suoi valori culturali di fondo sono quelli che rivengono dalla tradizione gramsciana. Ci siamo abbracciati dopo la sua elezione, ma andrò a parlargli prestissimo di progetti concreti”- dice la direttrice.
Fra i progetti imminenti vi è l’apertura, in autunno, del Fondo Valentino Gerratana, con una giornata dedicata al primo editore critico del Quaderni del carcere. Grazie alla IGS Italia è a Bari la biblioteca che fu dello studioso, sistemata con la collaborazione del Dipartimento DISUM. Con il sostegno della Teca del Mediterraneo sarà ripristinato un premio per tesi di laurea che è rimasto silente per diversi anni, ma che può essere utile per trovare e incoraggiare giovani studiosi e studiose.
Address: Bovino, 71023
Tel: 00390881961871 - Cell: 00393771134173
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