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LAVORO: La truffa del Jobs Act

Saturday, 17 October 2015 08:34

Ovvero come lo Stato sta regalando soldi alle imprese che licenziano e riassumono per accedere agli sgravi fiscali della Legge di Stabilità

A inizio 2015 il governo ha varato i primi decreti che riformano il mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs Act, con lo scopo dichiarato di aumentare l’occupazione stabile mediante un nuovo contratto a tempo indeterminato, denominato a “tutele crescenti”. In sostanza, chi è stato assunto col nuovo contratto in vigore dal 7 marzo, non dispone più della protezione contro i licenziamenti illegittimi garantito dal discusso articolo 18 che non tutelava i lavoratori da tutti i licenziamenti, ma soltanto da quelli riconosciuti come illegittimi in sede giudiziale. Col nuovo contratto, invece, si potrà essere licenziati anche senza giusta causa o giustificato motivo, perché a crescere non sono le tutele, ma soltanto l’indennizzo cui si ha diritto: due mensilità dell’ultima retribuzione considerata per il Tfr per ogni anno di servizio, con un minimo di quattro e un massimo di 24 mensilità. Un lavoratore può dunque venire licenziato in qualunque momento, senza una motivazione valida. Una volta avrebbe potuto ricorrere contro il licenziamento e, constatata l’illegittimità del provvedimento, poteva avere diritto al reintegro nelle vecchie mansioni, oltre al ricevimento degli arretrati. Ora, invece, anche nel caso in cui il giudice accertasse l’illegittimità del licenziamento, il lavoratore avrebbe soltanto diritto all’indennizzo, ma non ritornerebbe mai al suo posto. Un bel regalo per i padroni che potranno così liberarsi di lavoratori indesiderati, ad esempio perché particolarmente combattivi nel far rispettare i diritti loro e dei loro compagni sul luogo di lavoro.

Per altro, per ricevere l’indennizzo, il lavoratore dovrebbe intentare una causa all’azienda con tempi e costi crescenti che non tutti potrebbero sostenere, tanto più in assenza del reddito da stipendio. Per facilitare ulteriormente la vita ai padroni, il governo ha comunque predisposto la possibilità per l’azienda di proporre un indennizzo alternativo al lavoratore che in cambio rinuncerebbe alla causa e, per rendere ancor più appetibile questa soluzione, ha reso quell’importo esentasse. In una situazione del genere quale lavoratore oserà opporsi alle angherie aziendali col rischio quasi certo di essere defenestrato, ricevendo in cambio un misero indennizzo, e con la prospettiva di dover a breve trovare un nuovo lavoro in un contesto che vede la disoccupazione ufficiale al 12%? Facciamo l’esempio di un lavoratore ultracinquantenne che lavori in azienda da vent’anni: questi, anche se vincesse la causa contro il licenziamento, riceverebbe 24 mensilità, quindi dovrebbe ricollocarsi al massimo entro due anni. Chi sarebbe disposto a rischiare di finire in una simile situazione? E un giovane che lavora da solo 2 anni sarebbe disposto a intentare una causa anticipando i costi per portare a casa 4 mensilità (di uno stipendio per altro prevedibilmente basso) e poi a dover sgomitare in mezzo ad una disoccupazione giovanile del 44%? Ovviamente i lavoratori che si esporranno a questi rischi saranno comprensibilmente molto pochi e la diretta conseguenza sarà che i padroni potranno imporre le loro decisioni sui lavoratori senza che questi possano fiatare perché sempre a rischio licenziamento.
Un caso particolare riguarda poi i settori gestiti con appalti, dove il cambio frequente delle cooperative appaltatrici genera un elevato turn over con lavoratori che cambiano spesso azienda: in questi casi il licenziamento diventa ancora più “leggero”, perché i mesi di occupazione su cui si calcola l’indennizzo saranno sempre pochi. Ecco allora che fin da subito proprio i settori dove sono frequenti appalti e subappalti sono parsi quelli più in pericolo.

Tuttavia i padroni non si accontentano mai e la sola facoltà di licenziare liberamente i lavoratori (flessibilità in uscita) non era sufficiente a convincerli ad usare il nuovo contratto a tutele crescenti al posto dei contratti precari fin qui utilizzati (e il cui utilizzo era stato ulteriormente incentivato grazie al Decreto Poletti del 2014 che aboliva l’obbligo della causalità). Ecco allora che il governo Renzi lancia per il 2015 una manovra che garantisce alle aziende che assumono a tempo indeterminato (o convertono precedenti contratti precari) sgravi fiscali fino a 24.180 euro in 3 anni per ogni lavoratore, purché tale lavoratore non abbia avuto un contratto stabile nei 6 mesi precedenti. Una postilla importante, questa dei 6 mesi, perché di fatto esclude dai benefici della Legge di Stabilità tutti i casi di lavoratori che già possedevano un contratto a tempo indeterminato. Ma i padroni non si arrendono mai ed ecco che, tra le pieghe della legge, hanno scovato la maniera di far fruttare anche questa quota di lavoratori stabili: basta licenziarli, fargli un contratto di 6 mesi, e poi riassumerli entro fine anno per usufruire degli sgravi. Il lavoratore era a tempo indeterminato e tale rimane (nessun nuovo posto stabile è stato creato), ma l’azienda risparmia 24mila euro e si ritrova con un lavoratore che ora può licenziare come e quando vuole.1

Sul Jobs Act abbiamo scritto molto: un’analisi dei primi decreti (sulla fine dell’art. 18 e gli ammortizzatori sociali), un’analisi politica dell’ideologia del Jobs Act, un riassunto degli aspetti più gravi della riforma, numerosi articoli e perfino un cartone animato. Ma andiamo ora a vedere gli effetti statistici dell’introduzione del nuovo contratto a tutele crescenti e come questa riforma è stata sfruttata dai padroni.

Il Jobs Act ha fatto aumentare i contratti a tempo indeterminato?
La prima domanda che ci facciamo è se davvero la riforma del mercato del lavoro abbia creato nuovi posti di lavoro stabili. “INPS Crescono i lavori stabili, più 36%. Come era quella del Jobs Act che aumenta il precari? #italiariparte tutto il resto è noia…” Scrive Renzi su twitter (il social network più usato dai politici) il 10 agosto, dopo l’uscita del report dell’Inps sui contratti firmati nella prima metà del 2015. Ovviamente non sono aumentati i lavori stabili del 36%, come scrive Renzi, non avremmo di certo la disoccupazione al 12% e gli inattivi (che non essendo passati per il centro per l’impiego nell’ultimo mese non figurano tra i disoccupati) al 36%… Ad essere aumentato è il numero di nuovi contratti a tempo indeterminato firmati nei primi 6 mesi del 2015 rispetto ai primi 6 mesi dell’anno precedente: 286.000 in più. Qualche settimana dopo sono arrivati anche i dati del ministero del Lavoro, il ministro Poletti esultava per 420.000 nuovi contratti a tempo indeterminato “grazie al Jobs Act”. Qualche giorno dopo è arrivata la rettifica “un errore nei calcoli ha creato dati non esatti”, i nuovi contratti a tempo indeterminato sono – poca la differenza con i dati dell’Inps – 1.084.000, ma le cessazioni dei rapporti a tempo indeterminato non sono 665.000 come precedentemente annunciato, bensì… 960.000.

Chi vuole sfidare la massa di cifre dell’Inps può trovare qui il suo report, ma in sintesi si può dire che:

  • Sono stati firmati 3.300.000 nuovi contratti, ma 2.600.000 sono arrivati al loro termine naturale o sono stati interrotti per licenziamento. Di questo saldo positivo di 700.000 contratti, non tutti sono nuovi posti di lavoro perché ci sono persone che lavorano passando da un contratto all’altro, e nell’arco di 6 mesi firmano più contratti. L’Inps non ci fornisce dati sul numero delle persone interessate, ma dai dati dell’Istat per il periodo 2011-2013 si capisce che il numero dei contratti è sempre maggiore del 25-40% delle persone interessate.2
  • Il tipo di rapporto di lavoro che ha subito una vera e propria impennata non è quello a tempo indeterminato ma quello più precario in assoluto: il lavoro occasionale pagato con i voucher dell’Inps. Sono buoni che si comprano all’ufficio postale o dal tabaccaio, comprendono la quota da versare per tasse e contributi (bassissimi) e servono a pagare la singola ora di lavoro. In questo modo si può far lavorare perfettamente in regola qualsiasi persona, senza dargli ferie, malattia, maggiorazioni per straordinario, notturno o domenicale, potendolo mandare a casa senza nemmeno bisogno della lettera di licenziamento: il top della precarietà. Essendo lavoro occasionale le leggi stabiliscono un limite al suo utilizzo: la legge 30 (la Biagi-Sacconi del 2003) fissava un tetto di 5.000 euro l’anno, Renzi lo ha innalzato a 7.000. Grazie a queste concessioni il valore dei voucher venduti è passato da 36 a 62 milioni di euro, +73%!3
  • I contratti a tempo indeterminato sono aumentati non solo perché grazie al Jobs Act licenziare non è mai stato così facile, rendendo instabile anche il contratto a tempo indeterminato, ma soprattutto perché grazie alla Legge di Stabilità le imprese che assumono non pagheranno fino a 8.060€ di contributi previdenziali, coperti dalle casse dello Stato. L’Inps ci dice che dei nuovi contratti (sempre per il periodo gennaio-giugno) ben 787.000 si avvarranno di questo regalo del governo. Vi sono comprese buona parte delle 320.000 trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, infatti di questi ben 220.000 avranno diritto agli sgravi contributivi.

Il regalo del governo alle imprese per gonfiare i nuovi contratti a tempo indeterminato
“Lo Stato spreca troppi soldi! Bisogna fare una spending review!”, ossia una “revisione della spesa”. Si sa che i ciarlatani, dai tempi dell’azzeccagarbugli dei Promessi sposi, usano tante parole incomprensibili solo per dare l’impressione di saperla lunga. E intanto si fa passare l’idea che i servizi pubblici costano troppo perché i lavoratori sono assenteisti, che le case popolari non ci sono perché si regalano ville agli zingari, che l’assistenza sanitaria fa schifo perché si spendono 35€ al giorno per i rifugiati. Sono tutte bugie, ma è pur vero che lo Stato spende un sacco di soldi per dei parassiti del lavoro altrui, che pensano in primo luogo al loro interesse privato: le imprese. Quante megaopere inutili per favorire l’edilizia privata? Quanti finanziamenti alla sanità privata per dare in convenzione un servizio che lo Stato si dovrebbe incaricare di svolgere? Quanti servizi esternalizzati nel pubblico (pulizia, portierato, facchinaggio, biblioteche…) che gli enti potrebbero svolgere assumendo direttamente i lavoratori con un minor costo e migliori condizioni di lavoro? Un altro capitolo della spesa pubblica utilizzato per aiutare chi dice di fare dell’intraprendenza, del merito e della libera competizione la propria bandiera è quello dei finanziamenti diretti alle imprese, attraverso gli sgravi contributivi e gli incentivi al consumo. Ben un miliardo di euro l’anno dal 2015 al 2017 (500.000, per ora, per il 2018) sono stati destinati dalla legge di stabilità per coprire gli sgravi contributivi per le imprese che assumono con il nuovo contratto a tempo indeterminato (quello che il governo ha chiamato “a tutele crescenti”) dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015.
Per ogni nuovo contratto a tempo indeterminato stipulato con un lavoratore che non ha avuto contratti a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti, l’impresa riceve un esonero pari ad un massimo di 8.060€ sui contributi Inps che saranno coperti direttamente dalle casse dello Stato. L’esonero contributivo vale per 36 mesi, arrivando a cumulare per ogni lavoratore 24.180€. Grazie tante che le imprese preferiscono convertire i loro contratti!

“Ma come?”, avranno pensato tanti imprenditori che avevano già alle loro dipendenze lavoratori a tempo indeterminato, “Il Governo, per dopare il numero dei nuovi contratti stabili, per far vedere che il Jobs Act ha avuto successo, regala soldi a chi teneva i lavoratori precari… e io non ci guadagno nulla?”. Ma si sa che questa è gente che non si lascia scoraggiare, che non si rassegna a perdere nemmeno un centesimo, che – anche se non conosce tutte le scappatoie della legge – ha i soldi per farsi aiutare da validi professionisti. E allora avranno chiamato il loro commercialista o il loro consulente legale: “Che dobbiamo fare Anto’? Ho letto sul Sole 24 Ore che gli sgravi fiscali per chi assume a tempo indeterminato sono grossi, a questo punto conviene addirittura assumere così, piuttosto che fare nuovi contratti di apprendistato…”, “Ti dirò di più Fabrizio, possiamo provare a licenziare un po’ di lavoratori dalla ditta Fabrizio Pentole s.r.l. e riassumerli con la Fabrizio Coperchi s.r.l.” “Lo sai che c’avevo pensato… ma per accedere agli sgravi c’è bisogno che i lavoratori vengano da 6 mesi di disoccupazione, o di contratti a termine”, “Questo non è assolutamente un problema, li assumiamo per sei mesi con un contratto a tempo determinato, poi gli facciamo di nuovo l’indeterminato, tanto gli sgravi valgono per tutti i contratti firmati entro dicembre. Ci rientriamo alla grande”, “Fantastico Anto’, chiama i lavoratori e digli che per la salute dell’impresa e per la salvezza del loro posto di lavoro li dobbiamo licenziare e poi riassumere. Se qualcuno non firma o si lamenta digli che è un gufo, che la crisi è a causa della sua rigidità, che deve ringraziare di avere un lavoro, e poi lo cacciamo”. Così da un lato le statistiche sui nuovi posti a tempo indeterminato faranno contento il governo Renzi e le aziende riceveranno un regalo da 24.180€; dall’altro i lavoratori che prima erano protetti dall’art. 18 ora non lo saranno più, i posti totali rimarranno gli stessi e la fiscalità generale pagherà alle imprese 1 miliardo nei prossimi 3 anni: in sostanza saremo tutti noi a pagare il turnover delle aziende.

La reazione dei lavoratori davanti alla truffa del Jobs Act
Chissà quante situazioni del genere sono capitate in questi mesi, in un clima in cui i lavoratori si sentono dire di dover ringraziare solo per aver un lavoro, i più avranno accettato senza colpo ferire. Magari anche nell’ignoranza di quello che stavano facendo, consigliati da chi dovrebbe difenderne gli interessi di fronte allo strapotere dei padroni, visto che in alcuni casi – come alla Dhl di Sesto Fiorentino – gli stessi sindacalisti confederali sono andati a consigliare ai lavoratori di firmare la lettera di dimissioni. In alcuni casi invece i lavoratori, o parte di loro, hanno alzato la testa e hanno lottato contro questa truffa che non è tanto nei confronti della finanze pubbliche, ma di chi paga gran parte della spesa pubblica (gli stessi lavoratori) e di loro stessi: visto che così prima si ritrovano per sei mesi nel dubbio se il padrone farà veramente quanto ha promesso e poi con il nuovo contratto a tempo indeterminato, quello con il licenziamento facile offerto dal Jobs Act. Così è successo ad esempio all’Arcese Trasporti di Vicenza e Bologna, alla Dhl di Firenze, all’Inalca di Lodi, alla Sirap Gema di San Vito al Tagliamento, al Consorzio Albatros di Piacenza, al Consorzio Movimoda a Reggio Emilia, alla Funari a Caserta, ma immaginiamo che i casi siano molti di più di quelli che siamo arrivati a conoscere ed invitiamo tutti i lavoratori che hanno avuto lo stesso trattamento a scriverci per intraprendere insieme una lotta che ha maggiori possibilità di vittoria se affrontata collettivamente.

Non tutte queste lotte hanno avuto gli stessi esiti, ad esempio mentre all’Arcese Trasporti è stata strappata una vittoria importante così non è stato alla Dhl e all’Inalca.
L’Arcese Trasporti ha due magazzini in provincia di Vicenza (Montecchio Maggiore ed Altavilla Vicentina), dove 21 facchini su 26 sono organizzati nell’Adl Cobas, ed altri nella provincia di Bologna. A fine maggio alla cooperativa di cui sono formalmente dipendenti, la Libera, ne devono subentrare altre aderenti a consorzi diversi: Gaia per Vicenza, For Service e Alka per Bologna. Il sistema di subappalto vigente nel mondo della logistica è noto a chi conosce le lotte che si sono sviluppate nel settore negli ultimi 7 anni: ben pochi dipendenti sono impiegati direttamente dall’azienda, i facchini ed anche larga parte dei drivers (quando non sono costretti a figurare come “padroncini”, ossia lavoratori autonomi) sono invece impiegati in cooperative che servono a frazionare i lavoratori, a pagare meno tasse (per i primi due anni di vita della cooperativa i contributi sono ancora più bassi, tanto che le cooperative cambiano nome ogni due anni), a scaricare su un intermediario fantoccio le responsabilità di buste paga false e mancati pagamenti (che prima degli scioperi erano la regola ovunque), a riciclare denaro sporco. Una delle forze delle lotte che hanno visto protagonisti i lavoratori organizzatisi con i sindacati di base Adl e S.I. Cobas è stata proprio l’aver individuato la controparte a cui strappare condizioni migliori, non nelle cooperative, ma nell’azienda committente.

La trattativa tra Arcese Trasporti e i Cobas per il cambio di cooperativa si arena su un punto, come scrivono gli stessi sindacati di base in un’informativa alle prefetture di Bologna e Vicenza:
“La discussione con il consorzio Gaia e con i consorzi For Service e Alka si è arenata su un punto ritenuto inaccettabile dalle scriventi OO.SS, ovvero la trasformazione dei rapporti di lavoro, tutti attualmente con contratti a tempo indeterminato, a tempo determinato per 6 mesi, con l’impegno di trasformarlo a tempo indeterminato alla scadenza dei sei mesi. Questa operazione gestita alla luce del sole da Arcese e dalle cooperative rappresenta la messa in atto di una vera e propria truffa legale per poter usufruire dello sgravio contributivo previsto dal cosiddetto “contratto a tutele crescenti” che peraltro cancella anche l’art. 18. Tutto questo in un periodo nel quale tutti parlano di lotta alla corruzione, di stanare “furbi” e “furbetti”, mentre è proprio una legge dello Stato, il famigerato “Jobs Act”, che dovrebbe servire a creare nuove opportunità di lavoro stabile, che offre, su un piatto d’argento, l’opportunità a migliaia di cooperative e società di vario genere di compiere una magia sensazionale che consiste nel riuscire ad avere uno sgravio contributivo che può arrivare fino a 8.000€ all’anno, semplicemente trasformando contratti da tempo indeterminato in tempo determinato, per poi ritrasformarli in tempi indeterminati. La cosa incredibile è che si chiede al sindacato di essere complice di quella che riteniamo una truffa ai danni dell’Inps, peraltro senza alcuna garanzia nemmeno su una certa futura trasformazione del contratto a tempo determinato in tempo indeterminato.”4 A Vicenza a farsi promotore della truffa presso i lavoratori è stato un dirigente della Filt-Cgil, ricoprendo un ruolo di faccendiere dell’azienda che spesso i sindacati confederali hanno nel settore logistica. Dopo tre settimane di stato di agitazione, con scioperi e mobilitazioni fuori dal magazzino, il 10 giugno è stato firmato un accordo molto positivo che prevede:

  • Eliminazione della figura del socio lavoratore, riassunzione di tutti i lavoratori/lavoratrici impiegati nell’appalto come dipendenti di una Srl con contratti a tempo indeterminato, senza periodo di prova.
  • Piena applicazione del CCNL logistica e trasporti.
  • Malattia e infortunio pagati al 100% dal primo giorno.
  • Istituti contrattuali al 100%.
  • Buoni pasto giornalieri da 5,29 € netti.
  • Riconoscimento dell’anzianità lavorativa e applicazione degli scatti di anzianità in continuità con il precedente appalto.
  • Non applicabilità delle nuove normative riguardanti i licenziamenti e i contratti cosiddetti a “tutele crescenti” (Jobs Act).
  • Definizione entro 6 mesi di un Premio di Risultato.
  • Adozione di tutti gli strumenti necessari per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori/lavoratrici.
  • Dal 1° ottobre 2015 verifica dei livelli riconosciuti ai dipendenti.

Alla Inalca-Cremonini di Ospedaletto Lodigiano la battaglia è stata più dura e non ha ottenuto finora gli stessi risultati. L’Inalca è il primo produttore ed esportatore italiano di carne in scatola e confeziona sia carni fresche che surgelate; quello di Ospedaletto, sull’autostrada che collega Piacenza a Milano, è uno stabilimento di macellazione e trasformazione carni che impiega circa 570 operai. Gli stipendi pagati dal Consorzio Euro 2000 hanno sempre tardato ad arrivare, e a giugno non sono stati ancora versati quelli di aprile. L’Inalca decide allora di recidere il contratto con il Consorzio ma vuole che i lavoratori presentino dimissioni volontarie ed accettino di essere impiegati dalla società interinale Trenkwalder con due contratti successivi di tre mesi l’uno: i sei mesi di precarietà necessari per accedere agli sgravi fiscali. La stragrande maggioranza dei lavoratori, su indicazione dei sindacati confederali, firma le dimissioni ricevendo in cambio 1000 euro come “anticipo” delle mensilità arretrate; non firmano solo in 54 tra i quali i 25 iscritti al S.I. Cobas. La prima settimana di giugno parte una lotta con presidi e blocchi fuori dalla fabbrica, per il rifiuto della truffa e l’impegno dell’azienda a pagare i tre mesi di stipendi arretrati lasciati dalla cooperativa uscente. Il 10 giugno interviene anche la polizia, naturalmente non per prendere informazioni su quella che praticamente è una truffa anche ai danni dello Stato, ma per sgomberare il picchetto dei lavoratori. La lotta non riesce a costringere l’azienda a retrocedere, e nel corso di giugno firmano le dimissioni volontarie anche altri lavoratori, lasciando solo 16 iscritti al S.I. Cobas fuori dalla fabbrica. Ancora il 24 luglio il presidio veniva sgomberato dalla polizia ed attaccato dai camionisti che hanno provato a sfondare il picchetto a tutta velocità. L’ultimo blocco è di questa settimana.5

A giugno la segreteria CGIL rivelava di essere pronta a redigere un dossier per testimoniare l’utilizzo “fraudolento” da parte delle aziende di tali benefici previsti dalle leggi anti-proletarie del governo Renzi. Peccato che gli stessi sindacati confederali, CGIL in testa, sono già stati in diverse occasioni complici di tale attacco alla classe operaia, come testimoniano diversi accordi sottoscritti da questi servi, salvo poi lavarsi la faccia sui giornali della borghesia. Uno dei casi più lampanti è quello della Dhl a Firenze. A Firenze la Dhl ha ben due magazzini. In uno di questi lavorano circa 60 drivers, mentre nell’altro sono impiegati solo facchini. Il meccanismo di appalto è molto semplice: Dhl affida a Madilo s.r.l la gestione del magazzino. Madilo a sua volta subappalta il servizio ad altre cooperative, quasi tutte facenti parte del consorzio Dhs. A Giugno il padrone della cooperativa e il rappresentante sindacale della Filt-Cgil, unica sigla presente in magazzino, invitano tutti i lavoratori della cooperativa Flet a firmare dimissioni volontarie. Il meccanismo è facile: se non vuoi perdere il lavoro firma il tuo licenziamento “volontario” perché la cooperativa Flet e tutto il consorzio Dhs non lavoreranno più in questo magazzino. Verrai così riassunto in un’altra cooperativa, ma solo per sei mesi, infine verrai assunto a tempo indeterminato in una s.r.l. Quale s.r.l? Ma come quale? Una nuova, che il sindacalista Cgil giura, promette, spergiura, che verrà aperta giusto in tempo per la scadenza dei sei mesi.
E come verrai riassunto? Ma chiaro: con un contratto a tempo indeterminato. Ma non è dato sapere se questo contratto sarà scritto secondo il Jobs Act oppure se sarà applicato il vecchio art.18, perché il sindacalista Cgil si guarda bene dal mostrare anche solo una volta l’accordo sindacale. Visto il rischio di perdere il lavoro e le rassicurazioni del sindacalista Cgil, solo due lavoratori non firmano e si rivolgono ai Cobas. Per loro comincia un vero e proprio calvario: vengono messi in ferie forzate senza nessuna spiegazione, trasferiti da Firenze a Pistoia a svolgere un lavoro demansionato rispetto al loro inquadramento contrattuale e infine accompagnati all’ingresso. Accettare la buona uscita diventa l’unica soluzione in una situazione di forte mobbing e pressioni. Un esempio su tutti: la reazione dei padroni delle cooperative al primo volantinaggio davanti al magazzino (si, non se n’erano mai visti là: la Cgil non s’era mai mossa) fu una sceneggiata con minacce di licenziamento a chiunque avesse osato tesserarsi nei Cobas, non firmare o scioperare.6

Casi analoghi che non abbiamo potuto seguire direttamente si sono verificati in altre aziende. Ad esempio in un’azienda bresciana, la Sirap Gema, che produce contenitori per alimenti e materiali isolanti in polistirolo. Qui fin dal 2011 la società aveva affidato la gestione del magazzino a una cooperativa, la Soluzioni Coop di Pavia, che dava lavoro a 59 persone, nove nello stabilimento di San Vito e cinquanta negli altri impianti Sirap, tra Mantova, Arezzo e Brescia. I problemi sono cominciati ad aprile del 2015: la Soluzioni Coop, dichiarando difficoltà economiche, ha aperto le procedure di licenziamento per tutti i lavoratori. A questo punto, è entrata in scena una nuova cooperativa, la Mag Solution, costituita, guarda caso, appena prima, il 15 maggio 2015. Subito le viene affidato l’appalto in precedenza gestito da Soluzioni Coop. Pochi giorni dopo, le due aziende e i sindacati firmano due accordi, sancendo il licenziamento di tutti i lavoratori dalla prima cooperativa e la riassunzione nella seconda. L’intesa prevede che ai lavoratori spetti un contratto a tempo determinato della durata di sei mesi, giustificato con la “necessità della cooperativa di valutare le compatibilità economiche dell’ingresso nella gestione dell’appalto”. Una volta terminato questo periodo definito di “sperimentazione”, la società si impegna, “fatte salve condizioni economiche e non prevedibili, alla massima stabilizzazione possibile dei lavoratori”. Il solito trucchetto: dal primo dicembre è facile prevedere che la Mag assumerà a tempo indeterminato col nuovo contratto a tutele crescenti e ricevendo in cambio quasi un quasi un milione e mezzo di euro in tre anni (24.180 euro per ogni dipendente)! Un bel regalo considerando che quei 59 dipendenti già possedevano un contratto a tempo indeterminato: l’ennesima dimostrazione di come questa “geniale” legge sia un regalo per i padroni e li invogli ancor di più, se ce fosse bisogno, a trasformare vecchi contratti con art. 18 in nuovi a tutele crescenti. Questa volta la CGIL non sostiene la “porcata”, così l’azienda risponde licenziando i 9 lavoratori dello stabilimento friulano: come all’Inalca si conferma l’estrema ricattabilità dei lavoratori che o accettano le manovre aziendali oppure restano a casa.

Negli ultimi tempi, in seguito alle denunce dei sindacati (soprattutto il S.I. Cobas) ed all’interesse mediatico che la questione ha sollevato, il ministro Poletti ha dichiarato di aver già fornito indicazione alle sedi territoriali di effettuare ispezioni per contrastare “comportamenti elusivi, volti alla precostituzione artificiosa delle condizioni per poter godere del beneficio” previsto dalla legge di Stabilità. Sarà, ma ormai la fregatura è servita: i 6 mesi di tempo determinato dovevano scattare entro fine giugno per dare tempo alle imprese di passare al tutele crescenti entro fine anno e poter così accedere agli sgravi. Ciò significa che, a meno che il governo non decida di prolungare gli sgravi (cosa tutt’altro che impossibile visto che la stampa si prodiga a riferire come l’ ”impennata” di assunzioni sia dovuta proprio a questi sgravi, col sottinteso che occorra prolungarli almeno al 2016 se non si vuole arrestare la “crescita” dei posti a tempo indeterminato), ormai le aziende che volevano sfruttare la legge dovrebbero aver attivato i tempi determinati.
Se Poletti avesse voluto evitare questa fregatura avrebbe dovuto attivarsi a suo tempo. Invece svegliandosi solo ora al massimo potrà non pagare gli sgravi (limitando la truffa all’Inps e il peso sulla fiscalità generale, cioè su tutti i lavoratori), ma rischia di risultare un doppio danno per i lavoratori coinvolti. Infatti, senza più l’incentivo per assumere a tempo indeterminato, le aziende potranno optare per 3 soluzioni:

  1. Non rinnovare i contratti, lasciando scadere i 6 mesi di tempo determinato: in questo caso i lavoratori, che prima avevano un tempo indeterminato, si troveranno senza più un lavoro.
  2. Rinnovare il contratto a tempo determinato: in questo caso i lavoratori passano da un contratto indeterminato a un contratto a tempo determinato: ottimo risultato per una legge che si proponeva esattamente l’opposto.
  3. Effettuare ugualmente la conversione col nuovo contratto a tutele crescenti che di fatto è il contratto precario per eccellenza visto che ora si può essere licenziati in ogni momento dietro misero indennizzo. L’indennizzo infatti viene calcolato sui mesi di lavoro presso l’attuale azienda: in questo caso i lavoratori risulterebbero assunti solo da 6 mesi nonostante fossero in organico per una cooperativa che svolgeva le stesse mansioni per la stessa committenza in tanti casi da anni!

Nella migliore delle ipotesi insomma sarebbero sempre i lavoratori a pagare questa truffa passando obtorto collo (ricordiamo cosa è successo a chi ha rifiutato come a Inalca e Sirap, due casi raccontati prima) da un contratto a tempo indeterminato a un contratto molto più precario come quello a tutele crescenti.

Qualche valutazione
Se il Governo dice che la crescita dei contratti a tempo indeterminato è dovuta al Jobs Act, gli imprenditori dicono che è merito della decontribuzione sottintendendo che il governo dovrà rinnovare gli sgravi nel 2016 se vorrà continuare a poter twittare “mirabolanti” cifre sulla crescita dei contratti stabili. Non a caso proprio la scorsa settimana Renzi ha lasciato intendere, intervenendo a “In 1/2h”, il programma domenicale della Annunziata, che gli incentivi saranno ridotti (probabilmente a 6.000 euro l’anno), ma dovrebbero essere rinnovati anche per il 2016. A noi importa poco stabilire quanto pesino l’una e l’altra causa. Il contratto a tutele crescenti è un contratto certamente peggiore del vecchio contratto con art. 18 che non proteggeva dai licenziamenti (forse prima del 7 marzo 2015 le aziende non avevano facoltà di licenziare?!) ma solo da quelli illegittimi (e solo quando riconosciuto da un giudice), quindi la trasformazione di vecchi contratti con art. 18 in tutele crescenti è comunque per la nostra classe un passo indietro in una situazione già difficile.

Ciò che però ci preme denunciare è come noi lavoratori oltre ad essere vittima di una flessibilizzazione crescente siamo ora addirittura usati come ulteriore fonte di profitto, come mezzo per ottenere sovvenzioni statali. Non solo dobbiamo essere sempre più flessibili in entrata (contratti precari anche quando spacciati da indeterminato come nel caso del tutele crescenti), in uscita (licenziabilità continua e priva di motivazione) e nell’orario di lavoro (possibilità di demansionare il lavoratore, turnazione sempre più estesa, ritmi sempre più veloci, orario variabile secondo le convenienze dell’azienda da poche ore di part time a molte di straordinario). Ora noi lavoratori dobbiamo far vincere anche un premio alle aziende che ci assumono a queste condizioni: lampante il caso della FCA che per le assunzioni che Marchionne avrebbe comunque fatto, come da lui stesso ammesso, risparmierà 11 milioni in 3 anni! Sovvenzioni che, è bene ricordarlo, ammonteranno a 1 miliardo l’anno almeno per i prossimi 3 anni.

Di fronte al moltiplicarsi dei casi di licenziamenti per poi riassumere con gli sgravi fiscali, il governo, per bocca del ministro del lavoro Poletti, rassicura che il ministero sta già vigilando sui casi dei “furbetti”. Questa rassicurazione però non ci tranquillizza per niente. L’attività ispettiva potrà al massimo evitare il danno erariale (e anche qui ne siamo dubbiosi perché significherebbe mettere a repentaglio le conversioni a tempo indeterminato minando le cifre entusiastiche, ancorché spesso false o gonfiate, del ministero), ma a pagare saranno sempre e comunque i lavoratori che, nella più “rosea” delle situazioni, si ritroveranno con un contratto molto meno sicuro del precedente.

Come dimostrano i casi di Inalca e Sirap i lavoratori che si oppongono sono assolutamente privi di armi, perché il rifiuto a sottostare alla truffa di fatto porta loro al licenziamento, soprattutto per i lavoratori di cooperative in appalto dove è molto facile far scadere il contratto e sostituire la cooperativa.
La questione riguarda le politiche del governo e colpisce lavoratori di migliaia di aziende sparse su tutto il territorio nazionale per cui non può essere affrontata azienda per azienda col rischio di subire sconfitte pagate care da lavoratori sempre più ricattabili.
Occorre invece una campagna nazionale che sostenga e dia visibilità alle lotte nei singoli posti di lavoro che a questo punto devono avere come obiettivo minimo il riconoscimento delle vecchie condizioni contrattuali (quelle con l’art. 18 per intenderci) ai lavoratori licenziati e riassunti a tempo determinato, nonché l’opposizione a nuove conversioni nel caso in cui l’estensione degli incentivi dovesse venire confermata anche dalla Legge di Stabilità per il 2016.

Clash City Workers

NOTE:

1 Fonte: www.governo.it/backoffice/allegati/76978-9808.pdf

2 Fonte: http://www.lavoro.gov.it/Notizie/Documents/Rapporto_CO_2014.pdf

3 In teoria ogni voucher serve a pagare un ora di lavoro, valore lordo 10€ di cui 7,5 vanno in tasca al lavoratore, 2 sono di contributi Inps (gestione separata) ed Inail, e 0,50 servono a pagare il “servizio”. Ma nella pratica, chi controlla quante ore si è lavorato per ottenere un voucher? Più che all’emersione del lavoro nero, come è stata propagandata, sembra finalizzata alla sua copertura visto che tenere una dozzina di voucher nel cassetto può essere una comoda risposta ad ogni controllo.

4 Fonti: http://www.adlcobas.it/vicenza-arcese-trasporti-proclamato-lo-stato-di-agitazione-non-si-gioca-sulla-pelle-dei-lavoratori/
http://www.adlcobas.it/arcese-trasporti-siglato-laccordo-dopo-3-settimane-di-mobilitazione-la-lotta-paga/
Informativa prefetture: http://sicobas.org/logistica/2114-segnalazione-situazioni-arcese-bologna-e-vicenza

5 Fonti: http://sicobas.org/logistica/2117-vertenza-inalca-futuro-incerto-per-600-addetti-dopo-la-disdetta-alla-cooperativa      
http://sicobas.org/logistica/2129-continua-la-lotta-alla-inalca-di-ospedaletto-la-polizia-interviene-contro-i-lavoratori 
http://sicobas.org/logistica/2134-la-truffa-del-job-act-segnalazione-situazione-inalca-ospedaletto-lodigiano 
http://sicobas.org/notizie/ultime-3/2171-nuovo-sciopero-alla-inalca-cremonini-interviene-la-polizia)

6 Fonti: http://clashcityworkers.org/lotte/cosa-si-muove/2026-firenze-lavoratori-contro-la-truffa-delle-dimissioni-volontarie-in-dhl.html
http://www.clashcityworkers.org/rassegna-stampa/2060-firenze-mobilitazione-alla-dhl.html

 

   I piccoli comuni al collasso. Dai Monti Dauni parte la rivoluzione: "Chiudiamo per tagli"

Dalle pagine di "Foggiatoday" la rivolta dei municipi:

„Il 2 ottobre i municipi di Biccari, Alberona, Casalvecchio di Puglia, Castelnuovo della Daunia, Castelluccio Valmaggiore, Celle di San Vito, Faeto, Motta Montecorvino, Panni e Roseto Valfortore, chiudono per i tagli del Governo“

Una protesta per tutelare i territori più piccoli, vessati da tasse, paralizzate dai tagli. A guidarla, il sindaco di Biccari Gianfilippo Mignogna, che ha annunciato per venerdì 2 ottobre la chiusura del Municipio. Non l’azione estemporanea di un singolo amministratore, ma un’iniziativa alla quale hanno aderito anche i sindaci di altri dei Monti Dauni: Alberona, Casalvecchio di Puglia, Castelnuovo della Daunia, Castelluccio Valmaggiore, Celle di San Vito, Faeto, Motta Montecorvino, Panni e Roseto Valfortore. Una protesta nel segno dell’hashtag #chiusopertagli che coinvolge anche altri piccoli comuni della Penisola.

Gli amministratori si sono riuniti questa mattina a Palazzo Dogana per spiegare i dettagli della singolare protesta. All’origine ci sono i tagli dei trasferimenti statali, l’introduzione di Tasi e Imu Agricola che costringono gli enti a fare salti mortali con conseguenze per la popolazione vessata dalle tasse. Tasse salate a cui non corrispondono i necessari servizi.

“Blocco dei tagli ai comuni, ripristino dei trasferimenti erogati prima del 2011, eliminazione del patto di stabilità dal 2016, e in subordine utilizzo dell’avanzo di bilancio per la messa in sicurezza del territorio per tutti i comuni virtuosi”. Sono alcune delle proposte della delibera sostenuta da Tonino Fucci, sindaco di Alberona, comune vittima di 60mila euro di tagli, una cifra ingente per un piccolo comune.

Proposte fattibili, che non rendano la protesta un evento fine a se stesso. “Siamo in restrizione economica, la spending review è necessaria e non la vogliamo eludere, ma tagli e riduzioni vanno fatte altrove, non nei piccoli comuni”, ha dichiarato Noè Andreano, sindaco di Casalvecchio.

I temi su cui dibattono principalmente sono sempre quelli delle infrastrutture e viabilità, che coinvolgono quasi tutte le realtà dei Monti Dauni. Piccoli gioielli spesso marginalizzati proprio dalle difficoltà che si incontrano nel raggiungere i centri del subappennino. “Siamo uno dei borghi più belli d’Italia, ma in pochi ci conoscono – denuncia Maria De Rosa, vice sindaco di Roseto Valfortore – e chi arriva, se ne scappa.

Le fa eco Rocco Grilli, vicesindaco di Castelluccio Valmaggiore e primo cittadino per dieci anni: “Siamo spesso tacciati di essere la palla al piede dello stivale, quando invece sono proprio i piccoli centri dove si mantiene alta la qualità della vita, dove si rispetta l’ambiente, i paesaggi, la storia, la cultura e la tradizione. Non incidiamo sui costi della politica; la nostra protesta deve essere presa in considerazione perché in Italia non si perseveri nella distruzione di quel poco di buono che abbiamo. I nostri comuni non sperperano, cercano fondi per garantire servizi essenziali per la popolazione”.

 

Ma i tagli non coinvolgono solo i piccoli centri, se si pensa che il Comune di Lucera, negli ultimi dieci anni ha subito un taglio dei trasferimenti statali di oltre 6 milioni di euro (dagli oltre 7 milioni del 2005 al milione e trecentomila euro del 2015). Eppure le competenze, le spese del personale, i servizi da dare sono sempre gli stessi”, evidenzia il sindaco di Lucera Tutolo che poi fa una proposta ai colleghi: “L’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani, ndr) non ci rappresenta come dovrebbe. Tutti i comuni che si sentono penalizzati dovrebbero uscire dall’Anci e costituire una nuova associazione, alternativa ma libera”. Poi lancia una provocazione: “Sarebbe già una piccola rivoluzione se il Governo decidesse di equiparare i contratti dei pubblici dipendenti a quelli dei privati. Queste sono le riforme necessarie, non massacrare i comuni tagliando i trasferimenti statali del 90%”.

Tutolo poi sveste i panni di sindaco di Lucera, assumendo quelli di consigliere provinciale: “350 dipendenti che dovevano essere trasferiti ad altri enti, hanno ricevuto un nuovo incarico in Provincia, che per pagare questi stipendi ha finora speso 10 milioni e mezzo di euro. Fondi che il Governo non garantisce più, e che sarebbero serviti per altre finalità, come la manutenzione delle strade. Se si vogliono eliminare le province, bisogna avere il coraggio di farlo. Non si possono lasciare le competenze togliendo i soldi. La nostra principale funziona è quella di restituire in servizi i soldi che i cittadini versano in tasse. Ma attualmente è impossibile. E’ mortificante spiegare a un cittadino che non ci sono in bilancio 1500 euro per sostituire un lampione marcio”.

 

RACCOLTA FIRME PER IMPORTANTISSIMI REFERENDUM

Written by Thursday, 10 September 2015 19:28

E' possibile recarsi al Comune per firmare per i Referendum fino al 25 Settembre....passa parola dopo aver letto di che cosa si tratta. Si può firmare per tutti ed 8 i quesiti o anche solo per alcuni di essi. Gli orari di apertura degli uffici comunali sono:

 08.30 / 11.00 il lunedì, mercoledì e venerdì e negli orari 8.30/11.00 e 16.00/17.30 il martedì e il giovedì.

Ecco di cosa si tratta:

 

 

 

IL TESTO INTEGRALE DEI QUESITI REFERENDARI E' IL SEGUENTE:

 

1° QUESITO: ELIMINAZIONE DEI CAPILISTA BLOCCATI E DELLE CANDIDATURE PLURIME.

Volete voi che siano abrogati:

la legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle seguenti parti: articolo 1, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole: “i capolista dello stesso sesso non eccedono il 60 per cento del totale in ogni circoscrizione” e alle parole: “salvo i capolista nel limite di dieci collegi”; articolo 1, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “tra quelli che non sono capolista”;

articolo 1, comma 1, lettera g), limitatamente alle parole: “dapprima, i capolista nei collegi, quindi”; nonché il decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, “Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle seguenti parti: articolo 4, comma 2, come sostituito dall’articolo 2, comma 4, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “e il nominativo del candidato capolista”;

articolo 18-bis, comma 3, come modificato dall’articolo 2, comma 10, lettera c), della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “da un candidato capolista e”, nonché alle parole: “A pena di inammissibilità della lista, nel numero complessivo dei candidati capolista nei collegi di ciascuna circoscrizione non può esservi più del 60 per cento di candidati dello stesso sesso, con arrotondamento all’unità più prossima”;

articolo 19, comma 1, come sostituito dall’articolo 2, comma 11, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “e un candidato può essere incluso in liste con il medesimo contrassegno, in una o più circoscrizioni, solo se capolista e fino ad un massimo di dieci collegi plurinominali”;

articolo 22, primo comma, numero 3), come modificato dall’articolo 2, comma 14, lettera a), della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “e al quarto”;

articolo 31, comma 2, come sostituito dall’articolo 2, comma 17, lettera b), della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “Sulle schede sono altresì riportati, accanto a ciascun contrassegno di lista, a sinistra, il cognome e il nome del relativo candidato capolista nel collegio plurinominale”;

articolo 59-bis, comma 1, inserito dall’articolo 2, comma 21, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”: “1. Se l’elettore traccia un segno sul nominativo del candidato capolista, senza tracciare un segno sul contrassegno della lista medesima, si intende che abbia votato per la lista stessa”;

articolo 59-bis, comma 5, inserito dall’articolo 2, comma 21, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”: “5. Se l’elettore traccia un segno sul contrassegno di una lista e sul nominativo del candidato capolista di altra lista, il voto è nullo”;

articolo 84, comma 1, come modificato dall’articolo 2, comma 26, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati” limitatamente alle parole: “a partire dal candidato capolista e successivamente”;

articolo 84, comma 2, primo periodo, come modificato dall’articolo 2, comma 26, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “a partire dal candidato capolista e successivamente”;

articolo 84, comma 2, primo periodo, come modificato dall’articolo 2, comma 26, della legge 6 maggio 2015, n. 52, “Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati”, limitatamente alle parole: “a partire dal candidato capolista e successivamente”?

 

2° QUESITO:ELIMINAZIONE DELLA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA, CAPILISTA BLOCCATI E CANDIDATURE PLURIME.

Volete che sia abrogata la legge 6 maggio 2015, n. 52 recante «Disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati»?

 

 

 

3° QUESITO: RICONVERSIONE ECOLOGICA DELL’ECONOMIA: ELIMINAZIONE DELLE TRIVELLAZIONI IN MARE.

Volete voi che sia abrogato l’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile  2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dall’articolo 35, comma 1, del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, limitatamente alle seguenti parole: “procedimenti concessori di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge n. 9 del 1991 in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128  ed i procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi, nonché l’efficacia dei”, e alle seguenti parole: “alla medesima data, anche ai fini della esecuzione delle attività di ricerca, sviluppo e coltivazione da autorizzare nell’ambito dei titoli stessi, delle eventuali relative proroghe e dei procedimenti autorizzatori e concessori conseguenti e connessi. Le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo, fatte salve le attività di cui all’articolo 1, comma 82-sexies, della legge 23 agosto 2004, n. 239, autorizzate, nel rispetto dei vincoli ambientali da esso stabiliti, dagli uffici territoriali di vigilanza dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, che trasmettono copia delle relative autorizzazioni al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”?

 

4° QUESITO:RICONVERSIONE ECOLOGICA DELL’ECONOMIA: ELIMINAZIONE DEL CARATTERE STRATEGICO DELLE TRIVELLAZIONI.

Volete voi che sia abrogato l’articolo 38 del decreto legge 12 settembre 2014, n. 133 “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”, convertito con modificazioni dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, limitatamente alle seguenti parti:

comma 1, limitatamente alle parole: “Al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese”; “rivestono carattere di interesse strategico e”; “, urgenti e indifferibili”; “, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi, conformemente al decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità”;

comma 1 bis, come modificato dall’art. 1, comma 554, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, limitatamente alle parole: “sulla terraferma”; nonché alle parole: “In caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si provvede con le modalità di cui all’articolo 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239. Nelle more dell’adozione del piano i titoli abilitativi di cui al comma 1 sono rilasciati sulla base delle norme vigenti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione”;

comma 5, limitatamente alle parole: “prorogabile due volte per un periodo di tre anni nel caso sia necessario completare le opere di ricerca”; nonché alle parole: “, prorogabile per una o più volte per un periodo di dieci anni ove siano stati adempiuti gli obblighi derivanti dal decreto di concessione e il giacimento risulti ancora coltivabile,”;

comma 6, lett. b), limitatamente alle parole: “, per le attività da svolgere in terraferma”?

 

5° QUESITO: RICONVERSIONE ECOLOGICA DELL’ECONOMIA: DALLE GRANDI ALLE PICCOLE OPERE.

Volete voi che siano abrogati la legge 21 dicembre 2001, n. 443, “Delega al Governo in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive”, nonché gli articoli 161, 162, 163, 164, 165, 166, 167, 168, 169, 170, 171, 172, 173, 174, 175, 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183, 184, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 191, 192, 193, 194 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE”?

 

 

 

 

6° QUESITO: TUTELA DEL LAVORATORE: ESCLUSIONE DEL DEMANSIONAMENTO.

Volete voi che sia abrogato:

l’articolo 1, comma 7, lettera e), della legge 10 dicembre 2014, n. 183, “Deleghe  al  Governo  in  materia  di  riforma  degli  ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive,  nonché in materia di riordino della disciplina  dei  rapporti  di  lavoro  e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione  delle  esigenze di cura, di vita e di lavoro”, limitatamente alle parole: “in caso di processi di  riorganizzazione,  ristrutturazione   o   conversione   aziendale individuati  sulla  base  di   parametri   oggettivi,   contemperando l’interesse  dell’impresa  all’utile  impiego   del   personale   con l’interesse del lavoratore alla tutela del  posto  di  lavoro,  della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche”,nonché alle parole: “previsione   che   la contrattazione collettiva, anche aziendale ovvero di  secondo livello, stipulata con le organizzazioni sindacali dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale  a  livello interconfederale o di categoria possa individuare  ulteriori  ipotesi rispetto a quelle disposte ai sensi della presente lettera”;

nonché l’articolo 2103 del codice civile, come modificato dall’articolo 3 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, relativamente alle seguenti parti:

comma 2: “In caso di  modifica  degli  assetti  organizzativi  aziendali  che incide  sulla  posizione  del  lavoratore,  lo  stesso  può   essere assegnato  a  mansioni appartenenti  al  livello  di inquadramento inferiore purché  rientranti nella medesima categoria legale”;

comma 3: “Il  mutamento  di  mansioni  è accompagnato,   ove   necessario, dall’assolvimento dell’obbligo formativo, il cui mancato  adempimento non determina comunque la nullità  dell’atto  di  assegnazione  delle nuove mansioni”;

comma 4: “Ulteriori ipotesi  di  assegnazione  di  mansioni  appartenenti  al livello di inquadramento inferiore, purché rientranti nella medesima categoria legale, possono essere previste dai contratti collettivi”;

comma 5: “Nelle ipotesi di cui al secondo e al quarto comma, il mutamento  di mansioni è comunicato  per  iscritto,  a  pena  di  nullità,  e  il lavoratore ha diritto alla conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo in godimento, fatta eccezione  per  gli elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa”;

comma 6: “Nelle sedi di cui all’articolo 2113, quarto comma,  o  avanti  alle commissioni  di  certificazione,  possono  essere  stipulati  accordi individuali di modifica delle mansioni, della categoria legale e  del livello   di   inquadramento   e   della    relativa    retribuzione, nell’interesse del lavoratore  alla  conservazione  dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o  al miglioramento delle condizioni di vita. Il lavoratore può farsi  assistere  da  un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro”;

comma 9, limitatamente alle seguenti parole: “Salvo che ricorrano le condizioni di cui al  secondo  e  al  quarto comma e fermo quanto disposto al sesto comma,”?

 

7° QUESITO: TUTELA DEL LAVORATORE DAI LICENZIAMENTI ILLEGITTIMI.

Volete voi che sia abrogato:

l’articolo 1, comma 7, lettera c) della legge 10 dicembre 2014, n. 183, “Deleghe  al  Governo  in  materia  di  riforma  degli  ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive,  nonché in materia di riordino della disciplina  dei  rapporti  di  lavoro  e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione  delle  esigenze di cura, di vita e di lavoro”, che dispone: “previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio, escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento”;

nonché il decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”?

 

8° QUESITO: TUTELA DELLA DOCENZA E DELL’APPRENDIMENTO: ELIMINAZIONE DEL POTERE DI CHIAMATA DEL PRESIDE-MANAGER.

Volete voi che sia abrogato l’articolo 1 della legge 13 luglio 2015, n. 107, “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”, limitatamente alle seguenti parti:

comma 18: “18. Il dirigente scolastico individua il personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia, con le modalità di cui ai commi da 79 a 83”;

comma 73: “73. Il  personale  docente  già  assunto   in   ruolo   a   tempo indeterminato alla data di entrata in  vigore  della  presente  legge conserva  la  titolarità  della  cattedra  presso   la   scuola   di appartenenza.  Al  personale  docente  assunto  nell’anno  scolastico 2015/2016 mediante le procedure di cui  all’articolo  399  del  testo unico  di  cui  al  decreto  legislativo  16  aprile  1994,  n.  297, continuano  ad  applicarsi  le  disposizioni  del  medesimo   decreto legislativo in merito all’attribuzione della sede durante  l’anno  di prova  e  alla  successiva  destinazione  alla  sede  definitiva.  Il personale docente assunto ai sensi del comma 98, lettere b) e c),  è assegnato agli ambiti territoriali a decorrere  dall’anno  scolastico 2016/2017.  Il  personale  docente  in  esubero   o   soprannumerario nell’anno scolastico 2016/2017 è assegnato agli ambiti territoriali. Dall’anno  scolastico   2016/2017   la   mobilità   territoriale   e professionale  del   personale   docente   opera   tra   gli   ambiti territoriali.”;

comma 79: “79. A decorrere dall’anno scolastico 2016/2017,  per  la  copertura dei  posti  dell’istituzione  scolastica,  il  dirigente   scolastico propone gli  incarichi  ai  docenti  di  ruolo  assegnati  all’ambito territoriale di riferimento, prioritariamente sui posti comuni  e  di sostegno, vacanti e disponibili, al fine  di  garantire  il  regolare avvio delle lezioni, anche tenendo conto delle candidature presentate dai docenti medesimi e della precedenza nell’assegnazione della  sede ai sensi degli articoli 21 e 33, comma  6,  della  legge  5  febbraio 1992, n. 104. Il dirigente scolastico può utilizzare  i  docenti  in classi di concorso diverse da quelle per  le  quali  sono  abilitati, purché posseggano titoli di studio validi per  l’insegnamento  della disciplina e percorsi formativi e competenze  professionali  coerenti con gli insegnamenti da impartire e purché non  siano  disponibili nell’ambito  territoriale  docenti  abilitati  in  quelle  classi  di concorso.”;

comma 80: “80. Il dirigente scolastico formula  la  proposta  di  incarico  in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa. L’incarico ha durata triennale ed è rinnovato purché in  coerenza  con  il  piano dell’offerta formativa. Sono valorizzati il curriculum, le esperienze e le competenze professionali e possono essere  svolti  colloqui.  La trasparenza e la pubblicità dei criteri  adottati,  degli  incarichi conferiti e dei curricula dei docenti sono assicurate  attraverso  la pubblicazione nel sito internet dell’istituzione scolastica.”;

comma 81: “81. Nel conferire gli incarichi ai docenti, il dirigente scolastico è tenuto  a  dichiarare  l’assenza  di  cause  di  incompatibilità derivanti da rapporti di coniugio, parentela o  affinità,  entro  il secondo grado, con i docenti stessi.”;

comma 82:  “82.  L’incarico  è  assegnato  dal  dirigente  scolastico   e   si perfeziona con l’accettazione del docente. Il docente che riceva più proposte di incarico opta tra quelle ricevute.  L’ufficio  scolastico regionale provvede al conferimento degli incarichi ai docenti che non abbiano ricevuto o accettato proposte e comunque in caso  di  inerzia del dirigente scolastico.”;

comma 108, limitatamente alle parole: “ai fini dell’attribuzione dell’incarico triennale”;

comma 109, lettera a), limitatamente alle parole: “, sono  destinatari  della proposta di incarico di cui ai commi da 79 a 82 ed esprimono, secondo l’ordine di graduatoria, la preferenza per l’ambito  territoriale  di assunzione,  ricompreso  fra  quelli  della  regione  per  cui  hanno concorso”;

comma 109, lettera c), limitatamente alle parole: “, sono destinatari della proposta di incarico di cui ai commi da  79  a  82  ed  esprimono,  secondo  l’ordine   delle   rispettive graduatorie, la preferenza per l’ambito territoriale  di  assunzione, ricompreso fra quelli della provincia in cui sono iscritti”?

 

CAPORALATO IN CAPITANATA

Sunday, 06 September 2015 06:21

Dal Corriere del Mezzogiorno:

«Perché ho pagato i braccianti
truffati da un’altra ditta»

Il presidente dell’Op Mediterraneo Marco Nicastro non fa sconti
«Chiederemo pure i danni» -

di Antonella Caruso

«Ho fatto un gesto semplice, qualcuno mi ha detto che abbiamo fatto una cosa folle. Io dico semplicemente che quei 14 lavoratori immigrati dovevano essere pagati. Se può servire per aprire una breccia ben venga. Però sia chiaro: non è possibile parlare della Puglia, della Capitanata ogni estate solo in termini di sfruttamento e caporalato. Noi qui produciamo Made in Italy. Al nord vendono acqua per oro ma le assicuro che i problemi ci sono anche lì. Ci sono anche nel distretto del nord del pomodoro». Marco Nicastro è il presidente della Op Mediterraneo che la scorsa settimana ha espulso una delle 150 aziende associate. Dopo aver fatto lavorare in nero alcuni immigrati nei propri campi, l’azienda non li aveva pagati. Il fatto ha suscitato l’interesse del Guardian.

Vi siete fatti carico come organizzazione di pagare quei lavoratori. Perché?
«Le nostre aziende associate hanno con noi un accordo di filiera e sottoscrivono un patto etico. All’azienda in un primo momento avevamo già mosso, come cda, contestazioni sul prodotto fornito. Poi contestualmente abbiamo scoperto che quei 14 ragazzi non erano stati pagati. E lo abbiamo espulso perché non abbiamo interesse ad avere un’azienda che non rispetta le regole. Abbiamo anche aperto un’azione legale nei confronti di questo nostro ex socio».
Se la sente di poter garantire che tutte le 149 aziende associate rispettino le regole?
«No, assolutamente non me la sento di garantire per le nostre aziende. Ma abbiamo dimostrato che se si vuole il modo per contrastare il fenomeno dello sfruttamento del caporalato e del lavoro nero c’è. Ogni organizzazione di produttori che percepisce aiuti comunitari superiori ai 300 mila euro deve produrre certificato antimafia. Allora le organizzazioni di prodotto per rilasciarlo alle proprie aziende possono chiedere il libro presenze, il fascicolo dove vengono trascritte le assunzioni, le fatture se hanno affittato le macchine raccoglitrici. Il nostro non deve essere un ruolo ispettivo che spetta ad altri organismi, ma la nostra parte la possiamo e la dobbiamo fare».
Quanta omertà c’è fra gli agricoltori? Possibile che un agricoltore non sappia cosa accada nel proprio terreno?
«Certo che c’è omertà. Un sistema anormale trasformato nella normalità. Però va detto con chiarezza che il 90 per cento del pomodoro nelle campagne oggi ha una raccolta meccanizzata».

 

"Siamo tornati indietro di cent'anni: non si possono mandar via persone da una fabbrica perché si sono presi il 'lusso' di due giorni di malattia in sei mesi". In via della Repubblica, nella sede della Cgil di Foggia, si guarda agli sconfitti del Jobs Act, i ragazzi assunti dalle agenzie interinali ai quali non è stato rinnovato il rapporto di lavoro con Fca (come anticipato da l'Immediato), il colosso delle automobili guidato da Sergio Marchionne. Non sono bastate infatti le promesse dell'ad, supportate dal premier Matteo Renzi, che aveva garantito la certezza di un contratto a tutele crescenti per i circa 1500 nuovi assunti a Melfi. "L'azienda dice che sono andati via in 70, ma noi pensiamo siano molti di più - spiega a l'Immediato Roberto D'Andrea, responsabile nazionale delle aziende dell'indotto auto della Fiom -, sui numeri c'è scarsa trasparenza. Basti pensare che ad orbitare intorno ad Fca ci sono 500 somministrati, ma per le agenzie sono 1500. Anche su questo si gioca una partita che lascia sul campo molti sconfitti".

Per questo, assieme al coordinatore nazionale Fiom per Fca, Michele De Palma, è stato messo su il sito somministratimelfi.it, "dedicato agli assunti a Melfi con contratto di somministrazione", come riportato in home page. "Molto spesso non denunciano le condizioni di lavoro, anche se non gli viene rinnovato il contratto, perché temono ripercussioni o perché sperano di essere riassunti, anche dopo qualche mese", precisa ancora D'Andrea. Il numero Whatsapp servirà proprio a questo: raccontare le proprie esperienze nell'anonimato. "Serve far capire che esiste un sistema di garanzie sul lavoro che può permettere una vita dignitosa, che non inizia e finisce tutto in Fiat - aggiunge il referente foggiano del sindacato, Ciro Di Gioia -, spesso persino le disfunzioni organizzative dell'azienda vengono scaricate come responsabilità sui dipendenti, come è accaduto nell'ultimo caso del ritardo dei fornitori che ha rallentato i ritmi di produzione.

 

Per questo diciamo che non c'è un clima civile lì dentro".  Con l'estate di mezzo il quadro pare essersi complicato, a cominciare dalle voci per le quali i lavoratori potrebbero rientrare prima del periodo di chiusura dello stabilimento previsto dal 9 al 23 agosto. "In questi 5 mesi di campagna ci hanno contattato in 40 - continuano dalla Cgil -, a volte per segnalarci l'impossibilità di accettare lo straordinario richiesto a fine turno. Una buona parte di chi ha pagato dazio è della provincia di Foggia, perché è da qui che arriva il 25-30 per cento dei nuovi assunti, con una prevalenza del Subappennino, soprattutto tra Sant'Agata di Puglia e Deliceto. Fatti due calcoli, si può ben capire quanto sia più complicato accettare ore aggiuntive per chi viene da fuori, soprattutto se ha già programmato altri impegni".

3  Agosto 2015

BARI REGIONE: LONIGRO CONSIGLIERE

Saturday, 04 July 2015 06:02

Su decisione della Corte d'Appello di Bari: dopo il riconteggio dei voti, tre eletti sono differenti rispetto ai nominativi divulgati dalla prefettura. Lonigro prende il posto di Borraccino di Taranto.

Lo annunciano festosi Domenico Rizzi e Felice Carrabba di ‘Noi a Sinistra per la Puglia’: “Il nostro compagno rappresenterà la Capitanata in seno all’assemblea regionale”.

Cinquantasei anni, coniugato, due figli, dipendente regionale presso l’IPA di Foggia, Giuseppe (detto "Pino") Lonigro è già stato Consigliere della III Circoscrizione “Ferrovia” del Comune di Foggia, Consigliere comunale a Foggia, Presidente del Consiglio comunale di Foggia, componente del Comitato regionale dello Sport (L.R.32/85), Consigliere provinciale, assessore provinciale con delega al Turismo, Sport e Tempo Libero, assessore provinciale alle Risorse Umane.

Eletto nel 2010 Consigliere regionale, è presidente della 1° Commissione consiliare (Programmazione, Bilancio, Finanze e Tributi) nonché componente della IV Commissione (Industria, Commercio, Artigianato, Turismo e Industria Alberghiera, Agricoltura e Foreste, Pesca Professionale, Acquacoltura). Grande la soddisfazione di tutta la lista di “Noi a Sinistra per la Puglia” per aver ottenuto questo risultato che premia uno dei compagni che si è più impegnato per il nostro territorio. Si annunciano ricorsi.

 

ORO PRO-NOBIS: 25 INDAGATI E 10 ARRESTI

Thursday, 11 June 2015 05:29

Crac 'Don Uva': 10 arresti e 25 indagati in 'Oro Pro Nobis'

 

Foggiatoday informa:

Tre anni di indagini della Procura della Repubblica di Trani, sul crac finanziario da 500 milioni di euro della Casa Divina Provvidenza Opera Don Uva, di cui 350 milioni dello Stato, questa mattina hanno portato all’arresto di 10 persone, tre in carcere e sette ai domiciliari. Dalla complessa indagine – tramite accertamenti bancari, intercettazioni e interrogatori a persone informate dai fatti - sono emersi elementi inquietanti che hanno spinto gli uomini del comando provinciale della GdF di Bari – Nucleo di Polizia Tributaria - ad eseguire gli arresti nei confronti delle religiose, massime responsabili della Congregazione delle Ancelle, di un ex direttore generale, di amministratori di fatto, di consulenti e di dipendenti dell’Ente stesso. Ai domiciliari anche il presidente della commissione Bilancio a Palazzo Madama, Antonio Azzolini, senatore del Nuovo Centrodestra. 

Nel lungo elenco degli indagati – in tutto 25 - compaiono anche altri professionisti, ex amministratori della CDP e personalità politiche della zona, tutti coinvolti in vari episodi di dissipazione e distrazione di risorse dell’Ente. E’ stato posto sotto sequestro anche un immobile appartenente all’ente ecclesiastico “Casa di Procura Suore Ancelle della Divina Provvidenza” di Guidonia.

L’OPERAZIONE ‘ORO PRO NOBIS’ NEL RACCONTO DELLA PROCURA DI TRANI

L’INDAGINE. In via preliminare riteniamo opportuno sottolineare che siamo stati tra le prime Autorità Giudiziarie. E ad aver beneficiato del nuovo corso di trasparenza e collaborazione della Banca Vaticana voluto dal Santo Padre. Va pertanto riconosciuta la preziosa collaborazione fornita dallo IOR, nell’ambito delle rogatorie internazionali richieste da questa A.G. L’indagine, durata tre anni, articolatasi in numerosissime acquisizioni documentali, perquisizioni locali, accertamenti bancari, escussione di soggetti informati sui fatti, migliaia di intercettazioni telefoniche (tutte preziose nella ricostruzione dei fatti e delle responsabilità penali), ha ad oggetto l’Ente religioso denominato Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza opera Don Uva onlus. 

L’OPERA DON UVA. Trattasi di un Ente Ecclesiastico fondato da Don Pasquale Uva nel 1922, avente finalità di culto e religione, che esercita attività di cura e assistenza delle persone con facoltà intellettive compromesse, in forza di convenzionamento con il Servizio Sanitario delle Regioni Puglia e Basilicata, nonché di un accreditamento, con le stesse regioni, relativamente ad altre attività Ospedaliere.  La struttura si articola nelle tre sedi di Bisceglie, Foggia e Potenza.  Stando a quanto si legge negli atti ufficiali della Congregazione, le Ancelle della Divina Provvidenza farebbero proprio il motto paolino “Charitas Christi urget nos” e vivrebbero la loro esperienza missionaria nel cuore della Chiesa secondo l’originale carisma del Fondatore. Il loro servizio pastorale, come recita il sito internet della Congregazione, consisterebbe  nel prendersi cura delle persone colpite nelle facoltà intellettive e fisiche, privilegiando le aree di particolare necessità e di abbandono “per farsi voce di chi non ha voce”. Le indagini hanno chiarito che i nobili principi ispiratori della venerabile missione avviata dal Padre Fondatore ormai non sono altro che un lontano ricordo.  Negli ultimi decenni si è invero assistito ad un lento ed incessante processo di secolarizzazione della Congregazione, divenuta facile e ghiotta preda di poteri forti e di trame politiche; nel corso di questo processo involutivo le stesse Ancelle (o per lo meno, alcune di esse) sembrano aver completamente rinnegato i canoni fondativi della loro missione, rendendosi complici, quando non addirittura protagoniste di primo piano, dei gravi misfatti compiuti all’interno dell’Ente. 

ARRESTI E INDAGATI. L’indagine ha portato oggi ad eseguire gli arresti nei confronti delle religiose, massime responsabili della Congregazione delle Ancelle, di un ex Direttore Generale, di Amministratori di fatto, di consulenti e di dipendenti dell’Ente stesso, ma nel lungo elenco degli indagati, compaiono anche altri professionisti, ex amministratori della CDP e personalità politiche della zona, tutti coinvolti in vari episodi di dissipazione e distrazione di risorse dell’Ente.  

Tra gli arrestati ci sonoDario Rizzi di Lucera, Antonio Battiante di Foggia, Rocco Terlizzi di Bisceglie. Ai domiciliari Angelo Belsito, ex presidente del Consiglio comunale di Bisceglie, Antonio Damascelli, Adrijana Vasiljevic (candidata consigliere nelle liste di Forza Italia alle Comunali 2014 di Foggia), Augusto Toscani, il senatore del Nuovo Centrodestra e presidente della commissione Bilancio a Palazzo Madama, Antonio Azzollini, la madre superiora Marcella Cesa e suori Assunta Puzzello.

IL CRAC. Le misure sono state adottate in relazione a numerosissimi reati di associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta ed altri, nell’ambito del crac dell’Ente Ecclesiastico Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza Che, a causa di una pesantissima esposizione debitoria di oltre 500 milioni, si trova attualmente in Amministrazione Straordinaria. 

IL FALLIMENTO. La Procura della Repubblica di Trani, destinataria di numerosi esposti in merito alla scandalosa gestione dell’Ente, nell’aprile 2012 ha chiesto il fallimento dell’Ente Religioso e da quel momento la lunga e complessa indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Bari della Guardia di Finanza, ha messo in luce l’innumerevole serie di reati che hanno portato al su richiamato clamoroso crac da oltre 500 milioni di euro, di cui oltre 350 sono rappresentati da debiti nei confronti dello Stato. 

LE CAUSE DEL DEFAULT. L’approfondita analisi della gestione dell’Ente prima del commissariamento ha consentito di comprendere le cause del default: a) Una gestione totalmente svincolata dai criteri di una corretta amministrazione aziendale, in cui per decenni è mancata persino una contabilità ed organi che controllassero la rispondenza ad economicità delle operazioni gestionali; b) Una inesauribile serie di appropriazioni, sperperi, dissipazioni, forniture fuori mercato con contratti a tutto favore dei terzi ed ad tutto danno dell’Ente; c) Assunzioni clientelari in momenti di crisi, allorché contemporaneamente si procedeva a consistenti riduzioni di personale per poter accedere agli ammortizzatori sociali previsti dalle norme vigenti; d) Assunzioni di personale inutile oppure destinato a mansioni del tutto svincolate dalle professionalità richieste. 

LE PAROLE DEL COMMISSARIO. Il caso più clamoroso di sottrazione di patrimonio aziendali è rappresentato dagli oltre 30 milioni di euro e da un immobile destinato a clinica privata in Guidonia fittiziamente intestati ad altri Enti Ecclesiastici paralleli gestiti dalle suore della Congregazione, nel tentativo di sottrarli ai creditori e quindi anche allo Stato. Sono proprio le parole usate dall’Amministratore Straordinario in una delle sue relazioni a costituire un pesante e lucido  atto di accusa nei confronti di coloro che si sono avvicendati alla guida dell’Ente a partire dalla fine degli anni ’90: alle nefandezze commesse da questi soggetti il Commissario attribuisce, senza mezzi termini, la ritardata emersione dello stato di insolvenza della CdP, e, conseguentemente, l’aggravamento della condizione di dissesto.  Dice il Commissario Straordinario: “La consapevolezza dello stato di insolvenza, che si manifesta allorquando l’intensità e l’entità delle perdite economiche, unite alla scarsa solidità dell’assetto patrimoniale, conducono all’incapacità dell’impresa di fronteggiare i propri impegni finanziari, cioè di soddisfare regolarmente e con mezzi ordinari le proprie obbligazioni, era nota agli amministratori fin dagli ultimi anni ’90. Già nel 1997 infatti le disponibilità finanziarie della Congregazione non erano sufficienti ad assolvere gli impegni di spesa previsti nei confronti del personale; tale criticità si ripete nel corso dell’esercizio 1999, quando la Congregazione si trova costretta a far ricorso al mercato del debito anche al fine di ottenere le provviste necessarie a far fronte ai c.d. “pagamenti obbligatori”. Tale situazione appare ancor più manifesta a partire dai primi anni 2000; dal luglio 2001 l’Ente non è più in grado di assolvere alle obbligazioni di  natura previdenziale ed erariale connesse al lavoro dipendente;  dal gennaio 2002 l’Ente non è più in grado di assolvere nemmeno ai contributi a carico dell’azienda verso INPS e INAIL”. Estremamente rilevante il passaggio immediatamente successivo: “Tale situazione avrebbe dovuto portare la Congregazione a manifestare il proprio stato di insolvenza in un momento precedente rispetto a quanto manifestatosi nel corso del dicembre 2013; ciò non è avvenuto anche perché, nel Periodo di Riferimento, gli Amministratori hanno posto in essere una serie di azioni che hanno avuto il deliberato obiettivo di “(…) rendere meno pesante il risultato di esercizio (…)” e “(…) rappresentare una perdita di esercizio inferiore trasferendo al futuro tutte le relative conseguenze negative (…)”, di fatto ritardando l’emersione dello stato di insolvenza della Congregazione””. 

LA SCRITERIATA GESTIONE. I devastanti effetti sull’intera collettività prodotti da decenni di scriteriata gestione della Congregazione danno il segno dell’assoluta gravità delle condotte accertate. Il danno nei confronti dei contribuenti italiani è incalcolabile. Infatti: a) l’Ente ha sempre vissuto esclusivamente sui proventi delle erogazioni pubbliche derivanti dalle convenzioni con il servizio sanitario (per inciso questo peculiare aspetto costituisce oggetto di altro filone investigativo per una massiccia truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale); b) le consistenti riduzioni di personale imposte dallo stato di crisi sono sempre state poste a carico degli enti previdenziali attraverso il meccanismo degli ammortizzatori sociali; c) i benefici concessi con gli innumerevoli interventi normativi effettuati nel corso degli anni in “favore” dell’Ente, non hanno fatto altro che procrastinare il versamento di contributi assistenziali e previdenziali fino al 2016 (e rateazione del pregresso fino al 2027), tanto da accumulare un debito che allo stato attuale ammonta a circa 350 milioni di euro. Insomma un Ente, come altri in Italia, che si è rivelato agli occhi degli investigatori come un’azienda che per decenni ha goduto della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite; e che, inevitabilmente, in un modo o nell’altro sta riversando sui contribuenti ancora oltre mezzo miliardo di euro di perdite, appesantendo il bilancio dello Stato.   Come già detto, nel corso delle indagini sono stati scoperti e sequestrati oltre 30 milioni di euro, formalmente intestati a vari enti “paralleli”, creati allo scopo di distogliere dalla massa debitoria ingenti quantità di denaro. 

I CAPI DI IMPUTAZIONE. Per preservare questo denaro scoperto, è stato necessario investigare con cura la natura e l’esistenza di tali enti apparentemente autonomi dalla Congregazione, attraverso complessi accertamenti bancari, consulenze disposte da questa Procura e una paziente opera di ricostruzione dei flussi finanziari degli stessi.   Il Giudice per le Indagini Preliminari, dott.ssa Rosella Volpe, ha riconosciuto la totale fondatezza dell’ipotesi accusatoria avanzata dal Pm in ordine all’esistenza di una associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei tanti reati accertati dagli investigatori.  In particolare, così si articola il capo di imputazione sub A), ossia quello dedicato alla contestazione dell’associazione a delinquere, nel quale si dà atto dei soggetti che a vario titolo - organici o meno all’Ente stesso - si sono avvicendati ai vertici della CDP, condizionandone pesantemente le scelte gestionali: A) art. 416 commi 1, 2, 3, 5, c.p., per avere costituito, promosso, organizzato e partecipato – anche in tempi diversi - ad una associazione per delinquere – inizialmente costituita da 4 soggetti, alla quale successivamente hanno aderito gli altri, anche assumendo in taluni casi ruoli direttivi o sostituendo alcuni membri usciti dal sodalizio - finalizzata alla commissione di più delitti di cui agli artt. 216 c. 1 nn. 1 e 2, comma 2 e 3,  217, 223 c. 1, 236, commi 1 e 2 R.D. 267/42 nell’ambito della gestione della Congregazione delle Ancelle della Divina Provvidenza – Opera Don Uva, (in seguito indicata anche solo come CDP), compagine per la quale in data 23.04.2012 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani presentava istanza di fallimento……omissis…….; tutti nelle rispettive vesti di: 1. legale rappresentante p.t.,  2. economa della Congregazione e legale rappresentante del fittizio ente denominato “Casa di Procura Istituto Ancelle della Divina Provvidenza”; 3. vari direttori generali avvicendatisi nel tempo; 4. vari amministratori di fatto , alcuni promotori/costitutori/organizzatori, altri organizzatori e capi, altri ancora in veste di partecipi, ciascuno con i ruoli, le modalità e le condotte descritte nei successivi capi di imputazione (dissipazione delle ricchezze, occultamento di ingenti somme di denaro, assunzioni clientelari di personale inutile o incompetente, falsificazione delle scritture contabili, pagamenti preferenziali, erogazione di compensi esagerati a consulenti e fornitori, ecc.) contribuivano al depauperamento delle risorse dell’Ente, sino alla inevitabile decozione. 

ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE. La descritta associazione per delinquere ha imperversato per anni sulla Congregazione.  In tale situazione, l’Istituto fondato da Don Uva, defraudato della più nobile delle missioni alla base della sua costituzione, è divenuto nel tempo preda di interessi illeciti ed è stato preso d’assalto dal malaffare.  

ASSUNZIONI CLIENTELARI. Le indagini hanno, infatti, evidenziato come molti dipendenti siano stati assunti con logiche clientelari e con spesso incredibili livelli stipendiali, molti fornitori abbiano goduto di un rapporto privilegiato con il “potere”, ottenendo grottesche condizioni contrattuali, cui erano riservate corsie preferenziali per i pagamenti delle forniture (specie in periodi di massima crisi finanziaria dell’Ente) in cambio di assunzioni di persone sponsorizzate dalla dirigenza della CDP, il patrimonio immobiliare stesso dell’Ente è stato spesso svenduto a soggetti compiacenti o ai vertici dello stesso; tutto era basato sulla logica del clientelismo, perfino le liste dei dipendenti da avviare a licenziamenti collettivi erano improntate alla epurazione dei non graditi. 

IL SEQUESTRO. Per porre un freno alle clamorose condotte dissipative  cui si è fatto cenno, a luglio del 2013 veniva emesso un Decreto di sequestro preventivo d’urgenza su tutti i conti correnti intestati o comunque riconducibili alla Congregazione;  grazie all’intuito degli investigatori, venivano rinvenuti e sequestrati, sui conti intestati ad un Ente parallelo denominato “Casa di Procura Suore Ancelle della Divina Provvidenza”,  disponibilità finanziarie per circa 30 milioni di euro. Il sequestro ha anche superato il vaglio dei giudici della Suprema Corte. Le successive indagini hanno accertato che Casa Procura, eretta nel 1999, pur formalmente costituendo una  casa dipendente dalla Congregazione, di fatto rappresenta un Ente fittizio sul quale sono state dirottate ingenti risorse accumulate fin dagli anni settanta presso lo IOR. 

ENTI PARALELLI. Ma la investigazioni degli inquirenti sono andate oltre, producendo ulteriori risultati. Infatti, sono stati scoperti altri tre Enti paralleli, tutti con le casse colme di denaro distolto dalla Congregazione: “Istituto Don Pasquale Uva – Casa Divina Provvidenza Onlus”, “Istituto Don Uva” e “Postulatore Beatificazione Don Uva presso Congregazione Ancelle Divina Provvidenza”, per un ammontare complessivo di circa 2 milioni di euro che hanno formato oggetto di sequestro. Singolare il caso del conto “Postulatore Beatificazione Don Uva”, a proposito del quale si è scoperto come lo stesso fosse un conto gestito, in modo subdolo, dalle “Ancelle”,  non già per le spese necessarie alla pratica di beatificazione di Don Pasquale ( oggi riconosciuto Venerabile dalla Chiesa) - per il quale esisteva già un Postulatore ufficiale nominato dal Vaticano con un proprio conto acceso presso lo I.O.R.  - ma un vero e proprio conto segreto che veniva alimentato da versamenti di denaro proveniente da donazioni di fedeli e dal pagamento delle copie delle cartelle cliniche di pazienti della CDP! 

MEGA COMPENSI. Se da un lato ci si è imbattuti in vicende intricatissime di distrazione di denaro della CDP, nondimeno è stato possibile ricostruire varie storie di incredibile sperpero del denaro, mediante mega-compensi per inutili consulenze  giuridiche, doppioni di incarichi professionali già conferiti, dimissioni camuffate da licenziamento che hanno prodotto onerosissime transazioni economiche e stipendi pagati a peso d’oro.   È il caso dello stipendio “d’oro” di un ex Direttore Generale della CDP:  a novembre 2012  questi rassegnava le dimissioni dall’incarico che gli fruttava oltre 15mila euro lordi mensili e tornava a fare il Direttore amministrativo di sede, continuando a percepire lo stipendio da Direttore Generale come previsto dal contratto.  

L’UFFICIO STAMPA. Si è pure accertato la creazione di un intero ufficio stampa in un periodo di crisi economica dell’Ente, dopo che solo poco tempo prima per arginare la suddetta crisi era stata stabilita la soppressione di analoghi uffici, nonché di una nuova assunzione presso la segreteria della Direzione Generale, con conseguente riconoscimento anche di speciali indennità aggiuntive mensili. La creazione di tale nuovo ufficio ha comportato l’assunzione di personale in rapporto di stretta confidenzialità con il Direttore Generale pro-tempore. Ad esempio tra queste, una - oggi attinta da provvedimento custodiale - oltre a godere dello stipendio CDP per un incarico creato ad hoc - in un ufficio che era stato precedentemente soppresso per evidente inutilità - beneficiava contemporaneamente dei vantaggi di altri due contratti, fittizi, con fornitori della stessa CDP vicini al Direttore; a ciò si aggiungano le continue assenze della stessa dal luogo di lavoro coperte dall’amico direttore. Il tutto, mentre l’Ente disponeva piani di licenziamento per oltre mille persone. 

LA CONSULENZA ONEROSA. Altro grave episodio è quello della onerosissima consulenza elargita a favore di un  commercialista del luogo  – organico al sodalizio - nel mentre era già in essere un analogo contratto di consulenza con diverso professionista; il predetto commercialista nel sottoscrivere con l’Ente ben tre contratti di consulenza, apparentemente rinuncia a una cifra enorme già maturata ante concordato preventivo, di circa 80mila euro e in cambio ottiene, proprio mentre incombeva l’istanza di fallimento, una super-consulenza di oltre 120mila euro, in tal modo privilegiandolo rispetto alla massa dei creditori.   Parimenti, sono state pure accertate ingenti liquidazioni di compensi nei confronti dell’avvocato dell’Ente – anch’egli destinatario di provvedimento custodiale in carcere – nella misura di oltre 300mila euro a fronte di prestazioni mai effettuate. 

LE INDAGINI. Gli investigatori hanno dovuto esaminare a fondo migliaia di documenti sequestrati nel corso delle indagini e metterli a confronto con un poderoso materiale probatorio che via via emergeva grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali e alla escussione di centinaia di soggetti.   Va precisato che i risultati investigativi raggiunti si fondano anche sul prezioso lavoro svolto dal Tribunale Fallimentare di Trani e dai Commissari giudiziali da questo nominati, nell’ambito della procedura di concordato preventivo, in relazione alla quale sono stati accertati ulteriori reati.  Ci si riferisce in particolare all’episodio gravissimo della falsificazione dei Bilanci 2011 e 2012 presentati con il Piano di Concordato Preventivo e abbondantemente ritoccati allo scopo di far apparire al Giudice della procedura fallimentare una perdita d’esercizio di gran lunga inferiore a quella reale. Questo artificio contabile era finalizzato ad accedere ad una procedura che avrebbe consentito agli stessi amministratori di continuare a gestire l’Ente, a differenza di quanto accaduto con l’Amministrazione Straordinaria che ne ha invece determinato l’estromissione. 

LE FINALITA’ DEL PROGETTO CRIMINOSO. Il progetto criminoso architettato dal management aveva due finalità: rappresentare un passivo fallimentare inferiore a quello effettivo ed occultare  un’ ingente massa patrimoniale, nel corso degli anni dirottata – anche mediante raffinati meccanismi finanziari di certo  non alla portata di semplici “Ancelle” – su conti correnti italiani ed esteri facenti capo al fittizio Ente parallelo denominato “Casa Procura”, anche per il tramite di una società fiduciaria.  Il Tribunale fallimentare a seguito della relazione dei Commissari giudiziali rigettava la richiesta di concordato preventivo giudicandola ”manifestamente dannosa per i creditori” e assolutamente inidonea a garantire la paventata continuità aziendale.  Le indagini proseguono su altri filoni investigativi.



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A pochi giorni dalle elezioni la “vecchia volpe” dei Monti Dauni prova a fare scacco matto, per “sperimentare una strategia che porti ad aggredire quelle che sono state e sono le criticità strutturali che da sempre hanno determinato l’abbandono e lo spopolamento delle zone di montagna.”

E’ per questo che si è creata la nuova Unione dei Comuni Montani, non a caso proprio in quel che è il paese del pluridecorato senatùr…quasi che nessuno sapesse di chi è la colpa di quell’ abbandono e spopolamento delle zone della nostra montagna!!

Cos’altro ancora si vorrà sperimentare dopo decenni di indiscussa pessima amministrazione della Comunità Montana?!

Ci vuole proprio una bella faccia !!

Così la Redazione di Teleradioerre c’ informa di questa bella novità:

Monti Dauni, nasce l'Unione dei Comuni Montani

MONTELEONE DI PUGLIA,

22/05/2015 16:03:42 di Redazione

 

Accadia, Bovino, Deliceto, Monteleone di Puglia, Orsara di Puglia, Panni(foto), Rocchetta Sant’Antonio, e   Sant’Agata di Puglia sono questi gli otto Comuni firmatari dell’Atto costitutivo dell’Unione dei Comuni dei Monti Dauni, il giorno 22 maggio 2015 presso il Comune di Monteleone di Puglia.

Si costituisce, quindi, sui Monti Dauni, l'Unione dei Comuni Montani, che oltre a garantire, attraverso la messa in atto di nuovi modelli organizzativi, l’esercizio di funzioni associate, con minori costi e maggiore efficienza ed efficacia, consente ai Monti Dauni di riappropriasi delle “politiche per la montagna”, azzerate di fatto dalla soppressione delle Comunità Montane.  

La soppressione delle Comunità Montane pugliesi nel 2009, infatti, causò l’azzeramento di un interlocutore istituzionale sovracomunale capace di interagire con la Regione Puglia e la U.E. in materia di progettualità  strategiche territoriali per le zone montane.

Oggi, con la costituzione dell’Unione dei Comuni Montani si riprende quel percorso proficuamente avviato e portato avanti dall’intero territorio dei Monti Dauni sin dagli anni 2000.

Soddisfatti gli otto sindaci che hanno lavorato per questo obiettivo comune. “Non è un’ Unione tra Comuni tout court – afferma il Sen. Carmelo Morra, Sindaco di Monteleone di Puglia -   non sono in gioco soltanto le politiche di gestione legate allo svolgimento di funzioni associate di servizi fondamentali, ma con la costituzione dell’Unione dei Comuni Montani, riparte, sui Monti Dauni, la politica per la montagna.

Fra l’altro, a causa anche della nuova architettura istituzionale determinatasi con la soppressione delle Province, si copre, con l’Unione dei Comuni Montani, quel vuoto in materia di programmazione sovracomunale causato dalla soppressione delle Province stesse.

L’Unione dei Comuni Montani dei Monti Dauni, reciterà, fra l’altro, un ruolo fondamentale nella strategia, finalmente convergente tra Governo centrale e Regione Puglia, sulle aree interne.

Governo centrale e Regione Puglia individuano di fatto nei 29 comuni dei  Monti Dauni l’unica area internapugliese su cui sperimentare una strategia che porti ad aggredire quelle che sono state e sono le criticità strutturali che da sempre hanno determinato l’abbandono e lo spopolamento delle zone di montagna.

E’ una scommessa da vincere e l’unione dei Comuni Montani costituirà un punto di forza della nuova politica regionale".

L’Expo Milano 2015 è l’evento universale che l’Italia ospiterà per sei mesi dal primo maggio al 31 ottobre. Il tema è «Nutrire il Pianeta, Energia per la vita». Attesi oltre 20 milioni di visitatori; sono coinvolti più di 130 Paesi. Ma, scrive il Corriere della Sera, nonostante ci sia penuria di lavoro in Italia soprattutto per i giovani, non è stato facile per i reclutatori trovare un numero adeguato di personale per la kermesse. L’80% dei giovani contattati, scrive il quotidiano, ci ha ripensato rifiutando i 1300 euro al mese (compresi festivi e notturni) di compenso. Un racconto che farebbe davvero pensare che siamo un paese di bamboccioni.

Tutti bamboccioni: davvero? Racconta il Corriere:

“Per gli uomini di Expo reclutare le seicento persone da mettere al lavoro durante il periodo dell’esposizione non è stata una passeggiata, in particolare se si guarda alla fascia sotto i 29 anni, giovani ai quali veniva proposto un contratto di apprendistato:parliamo di 1.300-1.500 euro al mese suppergiù, comprensivo di festivi e notturni come da contratto nazionale.Dunque, il 46 per cento dei primi selezionati (645 profili su 27 mila domande arrivate alla società Manpower, cui era stato affidato il compito della raccolta dei curricula e della prima selezione) è sparito al momento alla firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire «Grazie, ci ho ripensato».

E quindi via così: con il secondo gruppo di selezionati e poi con il terzo. Alla fine, si può considerare che circa l’80 per cento delle persone arrivate a un passo dalla firma abbia lasciato spazio ad altri. Adesso le assunzioni sono firmate: ed è la squadra che si occuperà degli 84 quartieri nei quali è stato suddiviso il sito espositivo per la gestione operativa. In sintesi: ognuno diventa responsabile in una zona circoscritta e fa da punto di riferimento per i Paesi o per i visitatori, oppure ancora segnala tutte le problematiche che si possono presentare (la coda fuori da un padiglione, la persona che ha bisogno di assistenza…)alla centrale di controllo che comanda l’intervento conseguente.”

nsomma sembra proprio venire spontanea la considerazione dei lettori del Corriere: «Poverini stanno a zonzo tutto l’anno lamentandosi da far schifo e che non glielo fai fare quel mese d’agosto (ovviamente agosto, come le pecorone) sul Salento (come le pecorone) ? Per tornare e lamentarsi di nuovo. La Fornero troppo gentile con l’aggettivo choosy, io userei un altro aggettivo…».

 

MA DAVVERO SIAMO TUTTI BAMBOCCIONI?

Eppure, per una controprova bisognerebbe ascoltare anche l’altra parte. E un modo efficace è quello di andare a vedere alcuni commenti di persone che sono passate attraverso il percorso di selezione per l’Expo. Sulla pagina dell’Huffington Post, che ha parlato dell’articolo del Corriere della Sera, si legge ad esempio questo commento:

Ecco il mio punto di vista: Ho mandato il cv a Manpower per far parte dello staff di Expo a Ottobre, ho fatto tutti i test attitudinali a dicembre, ho fatto il colloquio di gruppo e il colloquio individuale a Gennaio, mi hanno dato un riscontro il 10 aprile, chiamandomi al telefono e dicendomi “Congratulazioni è stata presa, domani le mandiamo la graduatoria ufficiale”. La graduatoria ufficiale non è mai stata mandata. Ho mandato mail, ho chiamato e mi è sempre stato risposto che non ne sapevano nulla. Il 16 Aprile mi chiama un incaricato di Manpower per dirmi che la formazione sarebbe cominciata il 21 Aprile e che mi avrebbero mandato (‘naltravolta) la graduatoria. Nulla. Mi ritelefona il 17 Aprile dicendomi che ci saremmo risentiti per la conferma ufficiale nei giorni successivi.

Il 20 Aprile mi mandano una mail con su scritto che avrei dovuto cominciare la formazione il 22 Aprile a Milano. Non una graduatoria ufficiale, nessuna menzione al contratto di lavoro o di stage. Il 21 Aprile mi mandano una mail dicendomi che per essere confermata dovevo superare un questionario. (Scusa ma non ero già stata preso e non incomincio il giorno dopo la formazione?). Ho fatto ripetute domande circa la formazione senza nessuna risposta (La formazione verrà pagata? Dopo la formazione si firmerà un contratto di lavoro?). Tutto questo senza contare che per una posizione di Communication and Social Network il compenso è 500 euro al mese per 6 mesi, dopodichè sei sicuramente a casa,di cui ne avrei dovuti spendere 350 per un abbonamento ai mezzi per arrivare là in quanto Expo non ha nessuna convenzione con i mezzi di trasporto.

Quindi ricapitolando ho rifiutato un lavoro perchè con 150 euro al mese non mangio, perchè non mi sembra serio questo processo di selezione (e in generale la gestione dell’Expo in toto) e perchè ho la fortuna di avere un lavoretto e non posso mollarlo dall’oggi al domani (dato che la conferma semiufficiale scritta mi è arrivata il 20 Aprile e avrei dovuto cominciare il 22 Aprile SENZA un cavolo di contratto). Fine.

 

 

Migranti: grande tragedia !!

Monday, 20 April 2015 06:07

"Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre". Così papa Francesco a proposito della nuova tragedia nelle acque del Mediterraneo. Un barcone carico di migranti si è capovolto a circa 60 miglia dalla costa libica e si temono oltre 700 morti.

L’Europa sembra incapace di reagire perché vittima di una idea anacronistica di territorio e di confine. Da un lato si presenta come paladina dei diritti umani, dall’altro promuove politiche di esternalizzazione volte a tenere lontano dai confini europei i migranti e tutto il loro carico di dolore e di speranza.Non si tratta più solo di prevedere fondi comunitari a cui attingere per calmierare l’emergenza, bensì di andare incontro ad un fenomeno in costante mutamento che chiede con urgenza e senza ulteriori rinvii una riflessione di sistema proprio sulla mancanza di programmazione di interventi sinergici e congiunti a livello europeo, per mettere in atto quei “canali umanitari” che consentono a coloro che comunque arriveranno in Europa di non rischiare costantemente la vita come sta accadendo in queste ore. Pensare all’attuazione di canali umanitari significa, cioè, anzitutto fare delle scelte politiche precise, scaturite dalla presa di coscienza che gli investimenti sul fronte del controllo delle frontiere e del contrasto all’immigrazione irregolare non sono evidentemente né sufficienti né tantomeno adeguati a gestire la richiesta di protezione internazionale. Peraltro i trafficanti e i migranti stessi, hanno una capacità di ridefinirsi nel progetto e nelle rotte migratorie che stupisce e spesso lascia del tutto impreparati. Una delle preoccupazioni che stanno davanti ai governi in questo momento riguarda l’aspetto economico, di ordine pubblico o di sistemazione dell’emergenza. In questo modo si indeboliscono, però, le politiche di accoglienza e soprattutto si rischia di non puntare sui diritti umani fondamentali.Sarebbe, invece, auspicabile una strategia a medio termine, che coinvolga anche i governi dei paesi di provenienza dei migranti in modo che diventino partner affidabili, capaci di porre i  diritti umani al centro del loro operato. Mentre nel breve termine è difficile poter pensare ad altro se non a ragionare su come garantire a chi riesce ad arrivare sulle nostre coste in questi mesi una tutela e un'accoglienza dignitosa.

 

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